BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO XIII – L’alba di un nuovo patto
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Il giorno si era già disteso sulle pietre del castello quando Vittoria attraversò la Sala d’Onore. I vetri colorati rifrangevano figure sacre sul pavimento, e l’aria, intrisa di incenso e legno antico, sembrava respirare con lei. Le torri, un tempo mute, ora parevano custodire un silenzio diverso: non più quello della veglia, ma quello che segue la guarigione.
Nel cortile interno, Leonardo si chinò accanto a un germoglio che emergeva dal suolo, tra le fenditure della pietra. Quando vide Vittoria, le sorrise con dolcezza.
Lei, tenendo un vaso di terracotta, si avvicinò:
— Mi porgete un po’ di concime? Vorrei che questo germoglio affrontasse la stagione con forza.
— Volentieri — rispose lui. — Rappresenterà ciò che abbiamo generato: un ponte tra la memoria e il sacrificio che ha aperto la via alla rinascita.
Con il passare dei mesi, Corbetta tornò a pulsare. I contadini, che un tempo si tenevano lontani dalle mura, conducevano ora greggi e carri colmi di raccolti. Durante un consiglio, una donna si fece avanti tra la folla:
— Signora Vittoria, grazie a voi abbiamo ritrovato la speranza. Le nostre terre non erano mai state così generose.
— È merito vostro — rispose lei — e di chi ha creduto che il perdono potesse vincere la maledizione.
Poco dopo, nel cuore del castello, dove la maledizione era stata dissolta, Vittoria e Leonardo suggellarono il loro legame con un matrimonio semplice e solenne. Dalla loro unione nacque Luna, figlia della luce e del patto spezzato. Il nome fu scelto da Vittoria per ricordare la notte che aveva attraversato e la luce che ne era scaturita: non una memoria, ma un simbolo di ciò che era stato liberato. Nel silenzio della biblioteca, il servitore anziano vegliava sulle pagine che narravano la storia della famiglia Sambonifacio.
— Signora — disse — chi giunge qui chiede di Bartholomeus.
— Accompagnateli — rispose lei. — Raccontate loro del patto, del sacrificio e di come la luce ha dissolto le catene.
La voce della liberazione si era sparsa, e uomini e donne accorrevano per vedere il luogo dove il vincolo era stato spezzato. Quando il nome di Bartholomeus risuonava tra le cappelle, molti cercavano la via che conduceva alla cripta. Anni dopo, Vittoria lasciò l’ala orientale del castello a Luna, ormai cresciuta. Un pomeriggio d’estate, la giovane sedeva all’ombra dell’albero che aveva messo radici nel cortile. Vittoria le porse un taccuino:
— In queste pagine troverai ciò che è stato: sangue, pentimento e perdono.
— Le fondamenta di Corbetta, lavate dal pentimento, fioriranno ancora — disse Luna, aprendo il volume.
Un soffio leggero attraversò il cortile. Luna alzò lo sguardo verso le merlature e scorse un bagliore azzurro, come un saluto silenzioso del pellegrino che aveva infranto la maledizione.
— Custodirò questa luce — mormorò.
Vittoria le sfiorò la fronte, mentre il cielo si tingeva di porpora. Tempo dopo decise di ritornare a Milano, ormai libera dalla peste, promettendo agli abitanti di Corbetta che sarebbe tornata, ogni volta che il vento l’avrebbe chiamata.