BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO V – La fuga
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In un giorno d’autunno inoltrato del 1630, una carrozza avanzava lenta lungo la via che conduceva fuori Milano, lasciandosi dietro il fragore dei portoni sprangati e l’odore acre delle fosse comuni. Vittoria dei Sambonifacio si sporse dal finestrino per un ultimo sguardo alla città ferita.
— Signora, fate attenzione — mormorò Leonardo, il suo giovane valletto, con voce bassa per non turbare il silenzio spettrale della campagna —. I contadini hanno sprangato i casolari: temono il contagio.
Vittoria annuì, la mano posata sul diario.
— Non posso tornare indietro, Leonardo. Troppa gente è già scomparsa.
Attraversarono miglia di campi abbandonati e villaggi semideserti, dove resti di lumi caduti sul selciato segnavano il passaggio della morte. I cavalli procedevano a passo d’uomo, storditi dall’aria greve.
All’improvviso, il profilo imponente del castello di Corbetta si delineò nella nebbia di mezzogiorno, le torri merlate stagliate come sentinelle immobili.
— Siamo giunti — disse Leonardo, sporgendosi dal finestrino.
Il portone antico, un intreccio di legno e ferro corroso, si aprì con uno stridore simile a un lamento di malato. Un vecchio, probabilmente il guardiano, apparve appoggiato al suo bastone nodoso, scrutando Vittoria con calma.
Vittoria aveva ventidue anni, ma negli occhi portava il peso e la luce di un secolo. Alta, eretta, avanzava con passo silenzioso, come temendo di disturbare le ombre. I capelli, scuri come inchiostro ossidato, erano raccolti in uno chignon basso, scomposto dal viaggio e dall’umidità. Il volto, affilato ma non severo, conservava i tratti di un’infanzia interrotta troppo presto. Indossava il mantello pesante da viaggio appartenuto al padre e guanti troppo leggeri per la stagione, ma non si lamentava del freddo: lo portava dentro da sempre. Nella mano sinistra stringeva il diario paterno, mentre scendeva dalla carrozza con passo deciso. Il cocchiere, intanto, scaricava l’unico baule della giovane.
— Buona sera, signora — disse il vecchio custode con voce roca —. Chi siete e cosa vi conduce in questo luogo, dove malattia e quiete si intrecciano?
— Sono Vittoria dei Sambonifacio. Fuggo la peste che dilaga ovunque. Mio padre possedeva questo castello. Ora, dopo la sua morte, è mio.
Il guardiano la fissò, incapace di riconoscerla: forse il tempo aveva cancellato ogni memoria del suo volto.
— Il castello accoglie chi fugge dal morbo, purché porti solo sé stesso. Ma sappiate che non tutte le notti appartengono ai vivi: alcune sono dominio di presenze dimenticate.
Vittoria e Leonardo seguirono il custode lungo un corridoio lastricato d’ardesia, dove le torce fissate ai muri proiettavano riflessi tremolanti sugli stemmi dei Sambonifacio.
All’estremità, due alabardieri spalancarono le porte della Sala d’Onore.
— Benvenuta, mia signora — disse il più anziano, inchinandosi profondamente.
Il suo elmo, posato su un piedistallo, rifletteva un bagliore innaturale, come sfiorato da una mano invisibile.
Vittoria si tolse il mantello intriso di pioggia e lo porse al secondo alabardiere.
— Grazie. Dov’è il maggiordomo? — chiese, stringendo il diario sigillato con la ceralacca paterna.
Un uscio laterale si aprì e apparve il maggiordomo: volto scavato, occhi velati.
— Seguitemi, signora — disse con voce fievole —. La vostra camera è pronta nell’ala orientale. Qui potrete riposare e consultare la vostra biblioteca.
Attraversarono un cortile interno, al centro del quale un pozzo sembrava inghiottire ogni suono. Nell’acqua argentea, Vittoria scorse un volto che non era il suo. Un pellegrino, avvolto in una tunica, si materializzò per un istante, dissolvendosi come un’ombra al tramonto.
— Voi… avete visto? — sussurrò a Leonardo.
— Solo un gioco di luci, mia signora — replicò lui, ma la voce tradiva inquietudine.
Il maggiordomo, con un mazzo di chiavi in mano, aprì un portale intarsiato.
— Ecco la vostra stanza — annunciò.
All’interno, un tavolo di noce reggeva candelabri e un leggio.
— Qui potrete scrivere, leggere… persino pregare in pace — aggiunse.
Poi, indicando il diario:
— Se in quelle pagine troverete ombre, sappiate che non siete la prima a farlo.
Vittoria lo fissò.
— All’alba inizierò a leggere. Devo sapere cosa mio padre volle lasciarmi.
Prima di congedarsi, il maggiordomo si fermò sulla soglia, stringendo il mazzo di chiavi.
— Domani, se vorrete, vi racconterò la storia di queste mura — disse con un filo di voce. — Non tutto è scritto nei libri, e certe memorie non si trovano nei registri.
Poi, si congedò. Anche Leonardo si ritirò e chiuse la porta, lasciandola sola con il diario che pareva pulsare, mentre un’eco lontana, forse un richiamo, si diffondeva nei corridoi del maniero.