BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO VIII – Il patto del Noce Vecchio
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Anno Domini 1250, nel cuore della Brugaria.
Il vento sussurrava tra le fronde contorte del Noce Vecchio, come se antiche voci vi fossero rimaste imprigionate. Nuvole basse si incurvavano sopra il maniero dei Sambonifacio, proiettando ombre mobili sulle torri merlate. Era trascorso appena un anno da quando un ramo cadetto della casata, in fuga dalle guerre e dalle vendette che avevano insanguinato le terre venete, aveva trovato rifugio a Corbetta. Il feudo era stato concesso loro da un’alleanza con una potente famiglia lombarda, in cambio di fedeltà militare e protezione delle vie fluviali. Da allora, il nome Sambonifacio aveva iniziato a intrecciarsi con la storia di queste mura.
Teodoro, primogenito del conte Guglielmo, attraversò il salone per raggiungere il padre. Nel chiarore tremolante dei bracieri, rilesse ancora una volta la pergamena ricevuta il giorno precedente.
Ogni parola pareva gravata di presagi:
“Al mio dilettissimo figlio Teodoro.
Il nostro casato ha superato guerre, carestie e tradimenti, ma resta fragile di fronte a forze invisibili capaci di spezzare anche la pietra. Dall’Oriente giungono voci di pestilenze e disfatte. Il consiglio dei maghi della Brugaria mi ha rivelato che il nostro sangue è vulnerabile: un legame sepolto sotto il Noce Vecchio ancora ci reclama. È la Sibilus Umbrae, spirito sospeso tra vita e morte, che abita il vuoto tra i battiti della terra. Non offre ricchezze o potere, ma la salvezza della stirpe dall’oblio e dalla pestilenza, in cambio di un sacrificio. Il prezzo è il sangue della primogenita: senza toglierle la vita, si inciderà un segno sul polso, raccogliendo poche gocce per consacrarla custode eterna. Il cerchio di sangue dovrà essere tracciato sull’altare sotterraneo; al compimento del rito, il castello sarà avvolto da protezione incrollabile. Ma se il patto verrà infranto, la Sibilus Umbrae si rivolgerà contro i nostri discendenti e la maledizione sarà più feroce della peste. Conservate questa lettera nel luogo più oscuro del maniero. Se una discendente scoprirà il segreto, sia libera di scegliere: perpetuare o spezzare. Ma sappiate che l’ombra è paziente. E non dimentica.”
Teodoro posò il palmo sul massiccio scrittoio d’ebano, dove il sigillo araldico era inciso nel legno. Il cuore gli batteva forte. Il crepitio del fuoco rimbalzava sulle volte, mentre le parole della lettera gli ronzavano nella mente.
— Padre mio… — mormorò appena — che patto avete stretto con la Sibilus Umbrae?
Un lieve scricchiolio provenne dall’arco in fondo alla sala: apparve Gerboldo, mago della Brugaria, avvolto in una tunica grigia cosparsa di cenere sacra. Nei suoi occhi ardeva una fiamma cupa.
— Mio signore — disse inchinandosi — la Sibilus Umbrae trascende vita e morte e governa il vuoto. Veglia sulla stirpe, ma pretende un pegno di sangue per preservare il casato dall’oblio e dal morbo.
Teodoro serrò i pugni.
— E quale pegno?
Gerboldo aprì un piccolo cofanetto di quercia, rivelando un ago di ferro battuto.
— Il sangue puro di una fanciulla, inciso sul polso senza condanna di morte, ma vincolato da giuramento solenne. Solo così il cerchio si chiuderà nell’altare sotterraneo.
Un brivido percorse Teodoro.
— Mia sorella?
Il mago annuì, la voce bassa come un’eco di cripta:
— È già stata condotta nei sotterranei. Il rito vi attende: il tempo stringe, ché le forze invisibili si agiteranno con l’alba.
Scorsero per scalette di pietra umida. L’aria era impregnata di incenso e muffa. Torce annerite proiettavano fenditure di luce sulle pareti bagnate, e l’eco dei passi si moltiplicava nei corridoi. Giunti al vestibolo finale, un mosaico di ossa sacre disegnava un cerchio attorno a un altare d’ardesia. Lì sedeva la primogenita, avvolta in vesti bianche, il capo chino e le mani legate da nastri di seta.
Guglielmo le si avvicinò con passo esitante, il cuore gravato da rimorso e speranza.
— Figlia mia, perdonatemi se vi chiediamo un simile sacrificio…
Lei sollevò lo sguardo: due occhi neri e profondi come pozzi, in cui convivevano terrore e fiducia. Chinò il polso, offrendolo in silenzio.
— Nulla è più sacro della vostra purezza — mormorò il padre, premendo l’ago sulla pelle.
Il sangue colò lento, formando un cerchio rosato sull’altare. Gerboldo, con un dito intriso di rugiada sacrilega, tracciò parole arcane:
“Ad Umbrae Sibilus, legamus hic animam puram, ut stirps non amittatur, nec cadat in morbum nec in oblivionem.”
La sua voce rimbombò nella sala. Le torce impallidirono, un vento gelido fece tremare i nastri. Dalla volta giunse uno scricchiolio sordo; un bagliore verdastro serpeggiò tra le crepe della pietra, e un sussurro ancestrale riempì l’aria:
— Stirps aeterna… stirps immaculata…
Teodoro sentì un calore improvviso al petto, come se il patto fosse stato suggellato. Gerboldo ritrasse il dito, le labbra piegate in un sorriso grave.
— Il cerchio è chiuso, mio signore. Finché il giuramento resterà intatto, la stirpe dei Sambonifacio sarà salva.
Guglielmo sollevò una coppa d’argento, ora colma del pegno sacro.
— E se mai una discendente vorrà infrangerlo, sappia che l’ombra attende.
L’eco di quelle parole svanì tra le pietre. Risalirono in silenzio. All’esterno, la pioggia era cessata e il Noce Vecchio restava immobile, coperto di muschio e segreti.
L’antico accordo vegliò per secoli sul destino della stirpe, sospeso tra luce di fede e oscurità d’ombra. Più che un patto, era un anatema: portò prosperità alla famiglia nobile, ma nel contado fu fonte di sventure. I contadini, pur lavorando con devozione, vedevano i raccolti svanire: il frumento ingialliva, le viti si spezzavano sotto grappoli vuoti, gli animali si ammalavano senza ragione, i cavalli rifiutavano l’aratro.
La gente divenne inquieta: pianti senza tregua, sogni tormentati, occhi segnati da un dolore antico. Nessuno più danzava nelle piazze; le campane suonavano solo a lutto. I matrimoni si celebravano senza festa e gli sposi lasciavano il villaggio all’alba, come in fuga da un destino già scritto. I parroci, un tempo guide spirituali, si chiudevano nelle canoniche, sussurrando che il male era frutto del giuramento dei Sambonifacio, che nessuno osava spezzare.
Nel castello, le candele si spegnevano da sole, gli specchi si appannavano anche in piena estate, i ritratti degli antenati mutavano espressione. E ogni notte, alla stessa ora, un colpo secco risuonava dalla cripta