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BURGARIA - La maledizione del castello

CAPITOLO XIV – Epilogo

3 min di lettura

All’alba, la carrozza lasciò il cortile del castello di Corbetta, sollevando una lieve polvere dorata lungo il selciato. Vittoria sedeva accanto a Leonardo, avvolta in un mantello chiaro, lo sguardo rivolto alle torri che si allontanavano lentamente. Il maggiordomo, in piedi accanto al portone, chinò il capo in segno di rispetto.

— Questo non è un addio, — disse piano, mentre sul volto le si disegnava un sorriso lieve. — Questo luogo non sarà mai lontano dal mio cuore.

Accanto a loro, Luna dormiva tranquilla, avvolta in una coperta di lino. Il suo respiro leggero accompagnava il ritmo delle ruote sul selciato, come se già sognasse i campi che stavano rifiorendo.

Mentre il veicolo avanzava tra i prati, Leonardo indicò il paesaggio che si stendeva a perdita d’occhio.

— Guardate, signora. L’erba è tornata a crescere, e là, tra i campi, si fanno strada le viti. Un tempo qui c’erano solo spighe ingiallite.

— È il segno che la terra sa guarire — rispose Vittoria. — Anche quando tutto sembra perduto, la vita trova il modo di rinascere.

Attraversarono villaggi che fino a pochi mesi prima erano immersi nel silenzio del lutto. Ora, donne con secchi d’acqua e bambini dalle guance sporche di terra si fermavano lungo la strada, salutando la carrozza come si saluta un messaggero di primavera. In una curva, un contadino attendeva con un cesto colmo di fragole fresche.

— Contessa, vi prego, accettate questo dono. Milano ha bisogno di dolcezza, dopo tanto dolore.

— Le porterò con me — disse Vittoria, prendendo il cesto con gratitudine. — Saranno il mio omaggio a chi ha resistito, a chi ha sperato.

A mezzogiorno si fermarono presso una locanda di pietra, dove il focolare acceso diffondeva un calore familiare. Un’anziana oste, riconoscendo Vittoria, lasciò mestoli e stoviglie per sedersi accanto a lei.

— Vi aspettavamo, contessa. Milano ha riaperto le sue porte, come chi attende il ritorno di una figlia perduta.

Nel tardo pomeriggio, le mura della città apparvero all’orizzonte, oltre la pianura. La carrozza rallentò, e le mura, ridipinte di recente, brillavano sotto gli ultimi raggi del sole.

— La peste le aveva rese mute — disse Vittoria — ma ora sembrano cantare di nuovo.

Davanti all’arco monumentale, tamburi rullavano in un saluto cerimoniale. Le porte in legno rinforzato si aprirono lentamente, rivelando una folla viva, palpitante.

— Signora dei Sambonifacio, Milano vi apre le sue porte con riconoscenza. La città è libera, e vi deve parte della sua rinascita.

— Che questa città sia sempre rifugio per chi cerca pace — rispose Vittoria, con lo sguardo rivolto alle strade che si aprivano davanti a lei.

Milano, finalmente affrancata dal morbo, tornava a pulsare di vita e colori. Le vie, un tempo deserte, si popolavano di passi, voci e risate. L’aroma del pane appena sfornato si mescolava al profumo del caffè, mentre le botteghe tornavano a vivere e le piazze si riempivano di scambi, racconti e progetti. La carrozza avanzava lentamente e un bagliore azzurro, lieve come un respiro, danzò sul coronamento dell’arco.

— L’avete visto? — gridò un bambino. — È la luce del pellegrino. Brilla ancora per noi!

Vittoria alzò lo sguardo al cielo, dove le nuvole si tingevano di oro e porpora.

— Grazie, Bartholomeus — sussurrò. — Custode di speranza ritrovata. Grazie, Milano. Che questa gloria duri nei secoli.

Accanto a lei, Luna si stiracchiò nel sonno, come se avesse percepito il canto della città. Vittoria le sfiorò la fronte e sorrise.

— E voi, piccola mia, sarete testimone di ciò che abbiamo salvato.

Luna, ancora avvolta nel suo mantello, guardò la città che si apriva davanti a lei.

— Un giorno — disse piano — anch’io proteggerò ciò che è stato salvato.

Il tempo che doveva ancora venire era visibile negli occhi di Luna, mentre il sole, ormai calava.

 

 

Fine


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