BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO XI – Il patto sciolto
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La fiammella della lampada, sospesa in alto, oscillava e scomponeva le ombre in frammenti mobili. Accanto a Leonardo, Vittoria avanzava serrando il diario; l’eco dei passi si spegneva sulle pietre umide. L’alba incombeva: le torce, ridotte a braci morenti, si spegnevano una dopo l’altra, inghiottite dal silenzio minerale delle mura.
Sulla parete di destra si diffuse una luce turchese che, come scolpita dall’aria, si trasformò nella figura del pellegrino. Il mantello di Bartholomeus ondeggiava senza vento; dal cappuccio abbassato filtrava uno sguardo intriso di quieta benevolenza.
Vittoria si arrestò di colpo.
— Padre Bartholomeus… — mormorò, la voce incrinata dall’emozione.
L’apparizione sollevò una mano, invitandoli a seguirlo.
— Il cuore del castello si apre soltanto a chi reca la verità — disse, con un’eco profonda. — Venite: il luogo del sacrificio è più vicino e fragile di quanto pensiate.
Senza attendere risposta, si voltò e scomparve in un varco stretto, che si aprì con un cigolio metallico. Dietro, una scala a chiocciola di pietra precipitava nell’oscurità.
— Procediamo con cautela — mormorò Leonardo, sollevando la torcia.
La discesa era angusta; radici e filamenti di muschio serpeggiavano tra le pietre, e ogni passo restituiva un’eco cupa. Quando la fiamma vacillava, il pellegrino rallentava, indicando simboli incisi nella muratura: segni che Vittoria riconobbe come parte del rito.
— Nel punto in cui il chiarore lunare viene inghiottito dall’oscurità, nella rotonda, darete compimento all’ultimo passo — spiegò.
La scala terminò in una cripta circolare. Al centro, un bassorilievo infranto raffigurava una bambina in preghiera. Vittoria riconobbe il volto di Luna, identico a quello visto nella visione. Bartholomeus si fermò accanto alla scultura.
— Sciogliete il vincolo con la parola che avete appreso. Versate l’incensiere e pronunciate l’invocazione. Solo così l’anima potrà ascendere.
Vittoria si avvicinò, stringendo il diario. Il glifo del serpente e del cuore brillò alla luce tremolante. Lo spettro annuì, poi svanì in una scia di luce, lasciando un silenzio denso. Erano soli.
Posò l’incensiere sul rilievo e guardò Leonardo.
— È il momento.
— Insieme — rispose lui.
Dalle fessure del pavimento filtrava la prima luce del giorno. Vittoria sollevò lo sguardo verso il cerchio inciso e, con voce ferma, recitò:
— In nodis sanguinis veritas perpetua, libera anima clausarum.
Un lampo attraversò la sala. Le pareti vibrarono, i solchi si accesero come vene incandescenti. Leonardo versò l’acqua nell’incensiere: un fumo azzurro avvolse il volto scolpito di Luna.
Un rombo profondo scosse il pavimento. Dalle spaccature filtrò una luce viva, e il sigillo si disgregò in un pulviscolo sottile. Dal fulgore prese forma Luna e nei suoi occhi brillava la pace ritrovata.
— Madre… grazie — sussurrò.
— Vai, piccola. Sei libera — rispose Vittoria.
La bambina oltrepassò il cerchio di luce e svanì. L’aria si fece limpida, le ombre si ritirarono. Le incisioni erano scomparse: la maledizione era spezzata.
Un’ultima volta, Bartholomeus apparve. Sollevò il cappuccio e chinò il capo.
— Il giuramento è sciolto. Riposa in pace.
Poi svanì. L’alba filtrò da una fessura, portando con sé la promessa di un nuovo inizio per i Sambonifacio.