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BURGARIA - La maledizione del castello

CAPITOLO VII – Il diario ritrovato

4 min di lettura

Nei giorni successivi al suo arrivo, Vittoria si immerse nella quiete inquieta del castello. Visitò più volte la biblioteca, dove tra scaffali polverosi e volumi dimenticati trovò un faldone antico: lo stesso che, secoli prima, era stato aperto da Bartholomeus insieme a un avo della sua stirpe. Con mani ferme, estrasse una lettera firmata da Guglielmo Sambonifacio. La ripiegò con cura e la infilò nella tasca del mantello, accanto al diario di Bartholomeus, anch’esso rinvenuto nel faldone. Dopo aver riordinato il contenuto, uscì dalla biblioteca con il volto pallido e lo sguardo deciso.

Rientrata nella sua camera, chiuse la porta alle sue spalle e posò il diario del padre sul leggio di noce. Accese quattro candele e le dispose in cerchio, come a delimitare uno spazio sacro, un confine tra ciò che si vede e ciò che si intuisce. L’aria si riempì del profumo dolce della cera fusa.

Aprì il diario con rispetto. L’emblema dei Sambonifacio, incastonato in un medaglione d’ottone, era consunto ma ancora leggibile. Le dita le tremarono sfiorando il primo foglio, dove una grafia serrata descriveva il viaggio del padre tra le campagne milanesi. Vittoria ricordava bene quella voce tremante accanto al fuoco, quando aveva solo otto anni.

— Mia piccola, queste parole custodiscono verità antiche. Un giorno capirete perché il castello di Corbetta vi chiama…

La fiamma proiettava l’ombra di una decorazione sul muro, la stessa che ora pendeva dall’arazzo.

— Quando sarà il momento, papà?

— Quando avrete il coraggio di affrontare l’ignoto.

Lesse lentamente le prime pagine, annotando mentalmente i disegni. Giunta al capitolo “Notte delle ombre”, si fermò: nel margine destro, in inchiostro scuro, spiccava un appunto in latino.

“In umbris temporis, lux est veritas.”

Inspirò profondamente, come per imprimere quelle parole nel sangue.

— Non è la calligrafia di mio padre… — mormorò.

— Sembra più antica, quasi scheletrica — aggiunse Leonardo, apparso silenzioso sulla soglia.

Vittoria lo invitò ad avvicinarsi. Aprirono insieme il diario di Bartholomeus, confrontando l’appunto con quello del padre. Le parole combaciavano perfettamente, come un’eco che attraversava i secoli.

— Ma com’è possibile… — sussurrò Leonardo, sfiorando l’inchiostro sbiadito. — È la stessa nota del rotolo del pellegrino.

Un brivido salì lungo la schiena di Vittoria. Chiuse il diario paterno, poi lo riaprì su una pagina che mostrava una mappa disegnata a mano: indicava un passaggio segreto sotto il castello. In quel momento, un soffio di vento attraversò la stanza, spegnendo una delle candele. Le ombre si fecero più dense, danzando sugli affreschi. Vittoria alzò lo sguardo e percepì una presenza dietro di sé: un riflesso evanescente, una veste bianca… come se Bartholomeus la osservasse dall’ombra.

— Bartholomeus? — chiamò.

Il bagliore svanì. Il buio si richiuse. Leonardo le posò una mano sulla spalla.

— Bisogna agire con prudenza, signora.

Vittoria chiuse entrambi i diari. Il cuore le batteva forte: in quelle pagine aveva riconosciuto il legame che univa il suo destino a quello del pellegrino. Alla luce tremolante delle candele, prese una decisione.

— All’alba… scenderemo nei sotterranei. Devo scoprire fino in fondo il segreto che mio padre ha lasciato. Bartholomeus ha cominciato a rivelarlo.

Trascinò il leggio accanto al fuoco, pronta a prepararsi per la notte più lunga della sua vita. Raccolse le candele, mentre l’aria si faceva densa di presagi. Ogni ombra sembrava nascondere una verità. Appoggiò i diari su un tavolino e si avvicinò alla finestra che dava sul cortile interno. La luna faceva brillare la pietra umida, e all’orizzonte svettava la punta della torre nord.

All’improvviso, una voce sottile trapassò il silenzio:

— Vittoria…

La voce sembrava provenire da un labirinto di corridoi, un’eco triste e lontana.

— Leonardo… — sussurrò.

Il valletto era accanto a lei.

— Avete sentito anche voi?

— Sì. Viene dalla torre nord. È come se qualcuno mi chiamasse dal passato.

Si incamminarono lungo i corridoi. Ogni pietra scricchiolava sotto i loro passi. Il silenzio sembrava un invito. Giunsero al pianerottolo che conduceva al camminamento verso la torre.

La voce tornò, più vicina:

— Seguite la luce… troverete ciò che cercate.

Vittoria avanzò, la torcia protesa davanti a sé. I muri si stringevano, un filo di vento sollevava polvere e foglie. Leonardo le prese la mano

— Non temete. Sono con voi.

Nella penombra, un bagliore si levò dal muro: l’apparizione di Bartholomeus, avvolto nel suo saio, tremava per un soffio d’aria. Il volto, appena accennato, sorrideva con compassione.

— Il patto attende compimento — sussurrò. — La pietra del giuramento vi aspetta. Scendete nella cripta.

Vittoria sentì un brivido, ma non esitò.

— Vi seguiremo.

La figura svanì. Rimase una sola parola, sospesa nell’aria:

— Preparatevi… domani sarà l’alba del giudizio.

Leonardo la guardò. Vittoria raccolse il coraggio.

— Domani… affronteremo la verità.

Uscirono dalla torre in punta di piedi. Dietro di loro, la voce di Bartholomeus si spense, lasciando un silenzio carico di promesse.

Rientrata in camera, Vittoria si ricordò della lettera di Guglielmo. Con respiro affannoso, si apprestò a leggerla.

Rimase immobile. Non era superstizione, né un incubo di famiglia. Il patto che marchiò il destino di Luna, la prima consacrata, fu stretto con una forza evocata consapevolmente, secoli prima, da Guglielmo. Un’ombra che proteggeva e minacciava, a seconda dell’onestà del sangue.

Quel vincolo non era un fantasma. Era una promessa mantenuta.


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