BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO II – Il patto oscuro
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Con un tonfo ovattato, l’antica porta di quercia si richiuse su sé stessa e il corridoio precipitò in un silenzio denso. Le torce, incastrate nei pilastri, proiettavano ombre danzanti sugli affreschi: santi severi, guerrieri con scudi frantumati, angeli dal volto mesto, figure femminili avvolte in veli trasparenti. Padre Bartholomeus sentì il cuore accelerare mentre avanzava tra quelle mura; ogni passo sollevava una polvere antica che pizzicava la gola. Un lieve scricchiolio tradì l’apertura di un uscio nascosto e un bisbiglio spezzato pronunciò il suo nome, delicato come un soffio interrotto
— Padre Bartholomeus — disse il conte, emergendo dall’oscurità avvolto in un elegante mantello di velluto blu — il momento che ho atteso per anni è finalmente giunto.
Nei suoi occhi, la luce delle torce si rifletteva come in due profondità insondabili, un richiamo irresistibile a lasciarsi cadere in quel vuoto. Il sacerdote si inchinò con rispetto.
— Mio signore, sono al vostro servizio. Qual è il bisogno del vostro maniero? — chiese, celando a fatica il tremore che gli agitava il cuore.
Il conte sollevò un braccio guantato di cuoio e indicò un percorso tracciato tra i dipinti. Giunti al centro della sala, un massiccio tavolo di noce reggeva un cofanetto intarsiato, chiuso da un sigillo d’ottone inciso di simboli. Vi posò il palmo, respirando il silenzio del momento.
— Questo scrigno — sussurrò — risale all’epoca in cui un mio avo sacrificò la propria figlia per salvare la stirpe. Per secoli nessuno ha avuto il coraggio di aprirlo, ma la sua apertura potrebbe liberare il castello da un’oscurità che perdura da tempo immemorabile.
Le sue parole, misurate e basse, fecero vibrare l’aria intorno. Bartholomeus sentì il respiro farsi più difficile, il cuore serrarsi.
— Se spetta a me — disse con voce ferma — allora non esiterò.
Si chinò con deferenza, asciugandosi il sudore con un panno. Il conte indicò il sigillo.
— Solo le vostre competenze possono decifrare il linguaggio inciso su questo metallo. Preparatevi.
Le fiamme delle torce tremolarono mentre il sacerdote posava le mani sul cofanetto. Il metallo era freddo e liscio; un brivido gli corse lungo la schiena. Sfiorò le incisioni con un tocco pesato, quasi liturgico, sussurrando formule che parevano risvegliare la memoria del metallo. I simboli parvero vibrare sotto il suo tocco, e un lieve scatto annunciò che il sigillo si era arreso solo a lui. La torcia più vicina proiettò un’ombra viva sul suo volto mentre sollevava il coperchio. Un soffio d’aria fredda, intriso di un odore ferroso e stantio, gli sfiorò il viso.
All’interno, un rotolo di pergamena avvolto in un nastro cremisi; le estremità erano macchiate da un inchiostro brunastro, simile a sangue essiccato. Il conte si avvicinò, posando una mano guantata sulla spalla dell’ecclesiastico. Bartholomeus sciolse il nastro: nella luce incerta apparve una calligrafia sottile come polvere di stelle. Intorno al testo, un sigillo geometrico dalle linee perfette tremolava appena, quasi respirasse.
— Sembrerebbe latino — mormorò — ma la struttura e il significato sfuggono alle regole note della lingua.
Il conte fece un passo indietro, negli occhi la tensione di chi teme ciò che sta per venire.
— Ditemi, padre… cosa vedete?
Gocce di sudore scivolarono dalla fronte del sacerdote.
— È un invocatorio — disse —: In nodis sanguinis veritas perpetua, libera anima clausarum.
Lesse a voce alta, ferma nonostante l’incertezza, poi aggiunse:
— È necessario che la formula venga pronunciata ad alta voce.
Con mano sicura tracciò sul margine una linea spezzata d’inchiostro.
— Tradurre non basta — ammonì —: l’invocazione va proferita nel luogo stesso in cui l’anatema fu lanciato.
Il conte appoggiò un gomito sul tavolo.
— I sotterranei… lontano dalla luce del giorno.
Bartholomeus adagiò la pergamena sulla tavola di quercia e lo fissò.
— All’alba, senza alcun testimone. Guidarvi sarà mio compito, ma il rituale esige uno spirito puro, vincolato dal sangue a un voto antico.
Un brivido corse lungo la schiena del conte.
— Che Dio ci assista, padre Bartholomeus. Domani, al primo rintocco della campana.
I due uscirono dalla sala. L’eco della formula rimbombava ancora tra le volte secolari, e il sigillo, chiuso sul tavolo, sembrava trattenere il respiro come un cuore che attende il momento di esplodere.
L’indomani discenderanno nei sotterranei.