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BURGARIA - La maledizione del castello

CAPITOLO IV – Il sacco e il flagello

3 min di lettura

Facciamo ora un salto di circa due secoli, fino al 1630.

Vincenzo I Gonzaga aveva consolidato il prestigio di Mantova in tutta Europa, ma alla sua morte la successione si rivelò disastrosa: Francesco IV morì di vaiolo senza lasciare eredi maschi; Ferdinando e poi Vincenzo II, entrambi cardinali, non ebbero discendenza. Nel tentativo di garantire la sopravvivenza del ducato, Vincenzo II convocò il ramo cadetto dei Gonzaga di Nevers, scelta che inasprì i rapporti con l’imperatore, sostenitore della linea dei Gonzaga di Guastalla. L’imperatore dispose che un contingente di Lanzichenecchi marciasse su Mantova: il 18 luglio 1630 la città cadde sotto l’assalto e subì un pesante saccheggio4. Per un curioso gioco del destino, Eleonora Gonzaga, sorella degli ultimi tre duchi, era unita in matrimonio proprio con l’imperatore. Quei soldati, però, oltre a seminare rovina e morte, portarono con sé un avversario silenzioso e micidiale: la peste bubbonica.

Furono loro a diffondere il morbo che uccise decine, se non centinaia di migliaia di persone in tutto il nord della penisola.

In quell’anno, 1630, il morbo colpì anche Milano. Come un’ombra oscura, si insinuò in primavera tra case e vicoli, mietendo vittime senza tregua. In pochi mesi, le piazze si trasformarono in silenziose camere funerarie all’aperto, e il numero dei morti crebbe giorno dopo giorno. La città, piegata dal dolore, dovette ricorrere a misure estreme pur di arginare l’onda letale: coprifuoco, divieto di spostamenti superflui, scioglimento di assembramenti. I malati vennero isolati in campi di fortuna, lontani dalle abitazioni dei sani. I medici tentarono cure ardite: balsami dall’origine misteriosa, fumi purificatori, esodi verso contrade meno infestate. I magistrati chiesero al cardinale Federigo Borromeo di indire una processione solenne con il corpo di San Carlo, portato per le vie della città per scongiurare la minaccia. Ma ogni rimedio si rivelò insufficiente e il conteggio dei decessi continuò a salire. In quel clima di terrore, si diffuse la paura degli “untori”: figure accusate di diffondere il morbo spalmando unguenti pestilenziali: miscele di cenere, sterco e veleni su porte e muri delle case.

Chiunque mostrasse sintomi veniva relegato nel Lazzaretto, una sorta di “prigione sanitaria” ai margini della città, dove il confine tra cura e condanna era sottilissimo. Solo all’alba del 1632, dopo quasi due anni di angoscia, la peste rallentò il suo passo.

Milano, pur segnata da lutti e impoverita nei traffici, mostrò una forza di ripresa sorprendente: le strade tornarono a riempirsi di voci e speranze. Contro ogni previsione, la città seppe rialzarsi: la nebbia del morbo si diradò, lasciando spazio a un riscatto collettivo.

“La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia.”5

Questa è la frase con cui Alessandro Manzoni apre il XXXI capitolo de I promessi sposi. Chi volesse approfondire, troverà in quelle pagine (o meglio ancora nell’intero romanzo) un racconto vivido di quegli eventi.

La peste, però, fu un pericolo costante per tutto il Medioevo, colpendo gran parte dell’Europa.

Il morbo rimase endemico in alcune aree fino al Rinascimento, lasciando un segno profondo sulla demografia e sulla vita sociale del continente.

Nei villaggi ai margini di Burgaria, la nebbia autunnale si tramutò in presagio di morte. I contadini, abituati a schermarsi dal fango dei campi con torce e braci, videro le loro lucerne spegnersi in stanze troppo silenziose. Sulle soglie delle case, donne anziane spargevano cenere benedetta come protezione, mentre i novizi del priorato di San Michele percorrevano le rive del Naviglio portando in processione reliquie di santi.

Nemmeno gli abitanti del castello trovarono rifugio completo: dai merli delle torri scorgevano croci provvisorie ergersi sui prati incolti e, in ogni sospiro del vento, avvertivano l’eco dell’ombra pestilenziale che si avvicinava.


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