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BURGARIA - La maledizione del castello

CAPITOLO IX – Urla e apparizioni

4 min di lettura

Vittoria e Leonardo si addentrarono nel corridoio sotterraneo. Le torce, tremolanti, proiettavano ombre spezzate sulle pareti di pietra irregolare. Sul pavimento, un disegno consunto affiorava tra le lastre: una ghirlanda d’edera, corrosa dal tempo, cingeva un cerchio vuoto. Vittoria sfiorò il freddo intonaco con la punta delle dita, accanto al diario del padre, aperto sulla tavola e recante lo stesso simbolo. Un’improvvisa raffica di vento spense le torce alle spalle di Leonardo. Vittoria trasalì e, nel buio, percepì il pianto sommesso di una bambina. Le pietre attorno a lei si velarono di un bagliore perlaceo, come se il tessuto del tempo stesse cedendo. Un grido lacerante squarciò il silenzio. La visione si fece nitida: era l’anno 1250 e si trovava in una cappella sotterranea. Una bambina dai riccioli neri, Luna, era legata a un altare di pietra. Un uomo, con lo stiletto stretto in mani esitanti, fronteggiava una donna inginocchiata, avvolta in un velo rosso come il sangue del sacrificio, che implorava pietà.

Il suono di una campana di vetro infranta le rimbombò nella mente, riportandola di colpo al presente. La luce tornò a vibrare, e ciò che prima era un mosaico si era dissolto: la corona d’edera non era più pietra, ma una macchia d’umidità che ne conservava il ricordo.

Leonardo la trovò accasciata contro il muro.

— Signora, vi sentite bene? — chiese, porgendole l’incensiere.

Gli occhi di Vittoria si velarono di lacrime che non osarono cadere.

— Quel grido… è l’eco della maledizione che ci ha raggiunti.

Chiuse per un istante il diario, accarezzandone la copertina di cuoio.

— Dobbiamo proseguire. Il luogo dove Luna versò il suo sangue ci attende.

Ripresero il cammino, incerti ma determinati. Quella visione aveva svelato il cuore oscuro della loro missione: spezzare un vincolo di dolore vecchio di seicento anni.

La porta di pietra si accostò lentamente alle loro spalle, e il tonfo sordo si diffuse lungo le pareti umide come un presagio. Si ritrovarono in una cripta gelida, le pareti coperte di muschio. Nelle nicchie scavate nella roccia, teschi e ossa componevano croci e simboli arcani. Al centro, un basso podio di pietra restituiva l’immagine di un altare rovesciato.

Vittoria posò il diario sul bordo e alzò la torcia verso un’iscrizione corrosa: “qui il sangue di Luna…”

— Leggete, signora — la esortò Leonardo, la voce incrinata dall’emozione.

Vittoria tradusse il latino arcaico, il cuore in tumulto: “Qui giace il sangue innocente, eternamente vincolato al patto.”

Un soffio di vento incrinò il silenzio. La torcia vacillò, lasciando il podio nell’ombra. Dal buio, un bagliore azzurro prese forma: una figura diafana, avvolta in un mantello da pellegrino. Il volto sfocato era quello di Bartholomeus, gli occhi due lingue di luce.

— Vittoria… discendente dei Sambonifacio… — disse con voce lontana. — Il sigillo non accetterà la vostra mano finché il sangue non sarà purificato dal sacrificio di chi implorò clemenza.

Vittoria avanzò, stringendo il diario.

— Padre Bartholomeus, guidatemi. Cosa devo fare?

Il pellegrino indicò una fenditura nella muratura, da cui emergeva un frammento di pietra nera.

— La pietra del giuramento. - Strappatela al buio, fatele vedere il giorno e pronunciate il rito nel punto più profondo della cripta.

Il bagliore si attenuò. Prima di svanire, Bartholomeus sussurrò:

— Affrettatevi… l’alba non attenderà la vostra esitazione.

La cripta ricadde nel silenzio. Leonardo raccolse la torcia e, scambiandosi uno sguardo teso con Vittoria, si chinò verso la fessura. Lei comprese che il momento della verità era vicino. Abbandonò la cripta come chi si ridesta da una visione intensa e palpabile. La luce fioca delle torce le segnava il volto di stanchezza, le ginocchia cedevano sotto il peso dell’emozione. Salì lentamente la scala di pietra; ogni gradino era un’eco delle grida di Luna. Dopo pochi passi, si appoggiò alla parete, stringendo il diario per impedirgli di cadere.

Leonardo, stremato ma vigile, la raggiunse.

— Signora, cosa avete visto laggiù? — domandò, accendendo una nuova torcia.

Vittoria serrò le labbra, lo sguardo perso.

— Ho visto Bartholomeus… e Luna che urlava… o forse ero io a gridare, dentro di lei.

Raggiunsero un piccolo vano d’appoggio. Vittoria posò il diario sul bordo di pietra. I glifi incisi parevano vibrare alla luce tremolante, come se il manoscritto custodisse un respiro antico. Un foglio si sollevò da solo, ricadendo con un fruscio, e in quell’istante il mondo parve incrinarsi. Chiuse gli occhi, e la visione la travolse.

— Questo libro… mi sta conducendo al limite della ragione.

Leonardo le posò una mano sulla spalla.

— Forse siete esausta, mia signora. Torniamo indietro: domattina tutto vi apparirà diverso.

Vittoria scosse il capo, le visioni ancora vive come ferite aperte.

— Non posso dormire. Quando ho toccato la pietra, ho sentito un calore… o una vibrazione. Ma se fosse solo nella mia mente?

Un tonfo ruppe il silenzio: uno scheletro antico cadde da una nicchia, le ossa rotolando sui ciottoli. Vittoria trasalì, stringendo il diario al petto.

— Vedete? Anche questo luogo respira paura. Se io cedo, nessuno spezzerà la catena della maledizione.

Leonardo tacque a lungo, poi disse:

— Allora riposate almeno un’ora. Io veglierò su di voi.

Vittoria annuì. Con mani tremanti, sfogliò il diario fino a una pagina bianca e scrisse con grafia incerta:

— Se svengo… ricordate queste parole. Questo castello… mi sta portando via l’anima.

Mentre la penna incideva il foglio, un’ombra le passò alle spalle, rapida come un soffio. Si lasciò cadere contro il muro, gli occhi chiusi. Dubbi e visioni si confondevano nel suo cuore. Leonardo si accasciò accanto a lei, pronto a vegliare.

Quella notte, il sonno non arrivò. O forse sì, ma non portò riposo. Vittoria sognò una stanza che non aveva mai visto, eppure conosceva. Al centro, una figura incappucciata le porgeva una chiave d’argento.

— Solo chi ricorda può liberare.

Al risveglio, la chiave era lì, posata sul diario.


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