BURGARIA - La maledizione del castello
CAPITOLO III – La maledizione di Luna
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Il chiarore incerto delle torce si intensificò, trasformandosi in un alone che lo avvolse come un mantello di luce. Bartholomeus, serrando le palpebre, ebbe l’impressione che il tempo si piegasse attorno a lui, trascinandolo verso un’epoca lontana. Quando riaprì gli occhi, si trovò in una cappella sotterranea sconosciuta eppure stranamente familiare al suo cuore. Al centro, un altare di pietra nera dominava la scena, fulcro di un rito che nessun’anima innocente avrebbe dovuto contemplare. Le pareti sembravano vibrare di un’eco che non apparteneva alla terra, ma a presenze imprigionate.
— Padre… lo percepite? — mormorò il conte, scosso.
Un brontolio profondo percorse le volte: non era il suolo a tremare, ma un lamento antico. Qualcosa di impalpabile sfiorò il mantello di Bartholomeus: un gelo improvviso, simile a un sospiro senza volto.
Alle loro spalle, un grido spezzò il silenzio:
— Padre, fermatevi!
Nella penombra, una donna avvolta in un velo di seta rossa tese le mani verso l’altare. Bartholomeus alzò la torcia, ma la luce rivelò invece il volto delicato di una bambina, che svanì subito dopo come un respiro interrotto. L’aria si fece più tagliente, le torce sibilarono e il conte serrò l’incensiere come se si trovassero sospesi tra due mondi.
— La nostra stirpe reclama questa prova… — disse il conte.
Ma la sua voce si intrecciò con un’eco remota, appartenente a un uomo in abiti antichi. Per un attimo, gli parve che i lineamenti del sacerdote si sovrapponessero a quelli di un suo antenato, celato sotto una cappa di broccato.
Sull’altare, una bambina in lino bianco tremava, gli occhi grandi colmi di lacrime.
— Madre… — balbettò, stringendosi al bordo della pietra.
Uno stiletto intarsiato scintillò nella mano dell’uomo.
— Solo così perpetueremo il patto che grava sulla nostra famiglia.
Con gesto fermo, incise il polso della figlia. Il sangue scivolò lento, disegnando un cerchio scarno sull’altare.
— Perdonateci, Luna… — sussurrò la madre, mentre la bambina cadeva in un pianto sommesso.
Il fluido scarlatto scivolò nella coppa d’argento, tingendone il fondo di un rosso cupo. La voce dell’uomo si fece tagliente:
— Finché questo patto non sarà spezzato, la vostra anima resterà vincolata.
Un vento gelido attraversò la cappella. Le torce sibilarono e la voce di Luna si dissolse in un ultimo lamento:
— Padre… perché?
L’immagine svanì come nebbia dispersa. Bartholomeus si ritrovò nel corridoio umido del sotterraneo, il volto imperlato di sudore freddo. La torcia proiettava un cono di luce sulle pietre scure, mentre dietro di lui il conte avanzava a passi cauti, l’incensiere d’argento stretto nel guanto.
— Qualcosa non va… — sussurrò il conte, fermandosi sotto un’arca. — Avete percepito anche voi quel tremito?
Bartholomeus annuì, le nocche serrate attorno al manico della torcia.
— Non è la terra che vibra. È un dolore intrappolato tra queste mura.
Un rumore li fece voltare. Una voce di bambina, flebile:
— Padre… aiuto…
Il conte trattenne il respiro. Bartholomeus pensò a Luna, ma non era certo fosse lei. Forse un’altra delle anime vincolate nei secoli.
— Non voltatevi… — ammonì piano.
— Sissignore… — rispose il conte, ma il suo sguardo restò inchiodato a un’ombra che pareva contorcersi lungo le pietre.
Un boato rimbalzò tra le volte. Un frammento di intonaco si staccò dall’arco e cadde a pochi passi dal sacerdote. Polvere e detriti saturarono l’aria, mentre la luce tremolava come su un mare in tempesta.
— Andiamo! — tuonò Bartholomeus, stringendo il braccio del conte. — Chi dimora in queste stanze non tollera la nostra presenza!
Il conte esitò, poi si lasciò condurre. Ma mentre stavano lasciando il sotterraneo, la voce tornò, più decisa:
— Padre… non lasciatemi sola…
Bartholomeus rallentò.
— Attendete… — disse, ricomponendosi. — Ditemi dove siete.
Il corridoio si fece gelido. Una bruma sottile avvolse i battenti e, nella penombra, prese forma la sagoma di una bambina: occhi neri come ossidiana, capelli scarmigliati, un abito consunto.
— Portatemi via… — implorò.
Il conte trasalì.
— Non possiamo… non ora!
La bambina avanzò e ogni passo sembrava far vibrare la pietra. Con un gesto rapido, Bartholomeus sollevò la torcia, squarciando l’oscurità; la figura si dissolse come fumo disperso, lasciando dietro di sé soltanto un ultimo gemito.
Il silenzio tornò, greve.
— Dobbiamo prepararci — disse il sacerdote, con voce ferma. — Il sigillo reclama la discendenza. Questo luogo non perdona chi vi entra senza conoscerne il prezzo.
Il conte annuì, il volto pallido. In silenzio, risalirono fino alla sala del castello. Lì, il conte ammise di conoscere l’origine della maledizione. Avevano bisogno di risposte, e il castello custodiva memorie più antiche delle sue pietre. Si incamminarono verso la biblioteca, un labirinto di legno intagliato e silenzio. La luce delle candele proiettava ombre solenni sui dorsi consunti dei volumi, ordinati con meticolosa precisione sulle alte scansie. Il conte avanzava tra le navate, guidato da un’intuizione crescente, finché giunse a un’anta stridente. Dietro, una sezione del mobile pareva sigillata da decenni. Si chinò e trasse un faldone avvolto in pelle nera, con lo stemma dei Sambonifacio in rilievo: un cervo incoronato che stringeva una lancia. Risaliva all’anno 1250. Lo posò sul tavolo centrale, accanto a una candela, e ne ruppe il sigillo con un piccolo stiletto d’avorio. All’interno, tra documenti di matrimoni, alleanze e guerre, c’era una lettera su pergamena ancora tesa e profumata di spezie. Il bordo era frastagliato, come se fosse stato rosicchiato da generazioni di esitazioni. La grafia elegante e obliqua tradiva una mano nobile e sicura. In calce, un nome dimenticato: Guglielmo dei Sambonifacio.