CAPITOLO VII – Gli anni del silenzio
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12 luglio 1915
Sono passati due anni dall’ultima volta che l’ho visto.
La vita continua, come se nulla fosse: le stagioni si rincorrono, il lavoro non manca, la casa è sempre piena di voci. Eppure dentro di me resta un vuoto sonoro che nessuno sente. Ogni mattina mi alzo presto, aiuto mia madre, sistemo le stanze. I giorni si assomigliano, e a volte mi chiedo se non sia questo il destino: vivere senza attese, senza promesse. Le ragazze del vicinato parlano di fidanzati, di nozze, di feste. Io sorrido, annuisco, ma non dico nulla. Non c’è spazio per me in quelle conversazioni: il mio cuore è rimasto fermo a un giorno d’estate, e da allora non si è più mosso.
La vita continua, sì, ma senza di lui.
E continuare non significa dimenticare.
6 giugno 1920
Oggi la casa è stata piena di voci, di risate, di passi veloci.
Mia sorella si è sposata, e tutta la famiglia si è raccolta intorno a lei. L’abito bianco brillava al sole, e i fiori profumavano l’aria.
— E tu, quando toccherà a te? — mi ha chiesto una zia, con un sorriso che voleva essere affettuoso.
Ho sorriso anch’io, ma non ho risposto. Dentro di me, la domanda bruciava. Ho applaudito, ho riso, ho ballato persino, ma il cuore restava altrove. La musica continuava e io mi sentivo come un riflesso tra le luci della festa.
10 maggio 1925
Oggi è nato il primo figlio di mia sorella.
La casa si è riempita di voci nuove, di passi veloci, di sorrisi che non si spegnevano. Il bambino piangeva forte, e tutti ridevano dicendo che aveva già polmoni robusti.
L’ho preso in braccio per un momento. Era piccolo, caldo, fragile. Mi guardava con occhi chiusi, e io ho sentito un amore che non sapevo di avere.
Eppure, mentre lo cullavo, dentro di me cresceva un pensiero amaro: questo non è mio figlio, non lo sarà mai.
Io resto la sorella, la zia, quella che sorride e che aiuta, ma che torna a casa sola, con il cuore che tace.
La vita nuova è arrivata, ma non per me.
7 settembre 1930
Oggi, durante il pranzo di famiglia, qualcuno ha scherzato chiamandomi “la zia nubile”.
Tutti hanno riso, come se fosse una battuta innocente. Io ho sorriso appena, ma dentro ho sentito una fitta. I bambini correvano intorno al tavolo, gridavano i miei nomi, mi tiravano per la veste. Li amo, davvero, ma ogni loro risata mi ricorda che non sono miei.
Le sorelle parlano di case nuove, di mariti, di figli che crescono. Io ascolto, annuisco, ma non parlo. È come se la mia vita fosse diventata un corridoio: passo da una stanza all’altra, ma non entro mai davvero. Forse questo è il mio destino: restare la zia, quella che tutti cercano quando serve, ma che nessuno aspetta davvero.
3 novembre 1935
Sono passati più di vent’anni da quel giorno d’estate.
Gli anni sono scivolati via come acqua tra le dita, eppure la ferita è rimasta. Dicono che il tempo guarisca ogni dolore, ma io non ci credo più.
Il tempo non guarisce: copre, stratifica, ma sotto la crosta il cuore resta uguale.
Le mie sorelle hanno figli grandi ormai, alcuni già a scuola. Io li guardo crescere e mi sembra di invecchiare con loro, ma senza lasciare traccia.
Sono diventata “zia Rosa”, e forse questo è tutto ciò che resterà di me. A volte mi sorprendo a pensare che, se fosse rimasto, oggi avremmo avuto una casa nostra, forse anche dei figli.
Ma sono solo pensieri che non portano da nessuna parte.
Il tempo passa, sì.
Ma non guarisce.
10 giugno 1940
Oggi la piazza era gremita.
La radio trasmetteva la voce del Duce, e tutti ascoltavano immobili. L’Italia è entrata in guerra. Alcuni gridavano, altri applaudivano, ma io sentivo solo un peso nello stomaco.
Ho guardato i volti intorno a me: giovani che presto partiranno, madri che già piangevano. E mi sono chiesta dove sarebbe stato lui, se fosse rimasto.
Forse tra quei ragazzi in divisa, forse lontano, forse accanto a me. Il fragore delle voci copriva ogni pensiero, ma dentro di me tornava solo il ricordo: mentre tutti guardavano al futuro con paura o con speranza, io sono tornata indietro, a quel giorno d’estate che non mi lascia mai.