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Presentazione di Rosa Silvia

CAPITOLO III – Il cuore esitava

2 min di lettura

22 luglio 1907

Quel pomeriggio il sole bruciava le pietre del cortile, e l’aria tremolava come se volesse sciogliere ogni pensiero.

Lui si avvicinò piano, senza il sorriso spavaldo di sempre.

—Vuoi venire con me domani? — disse, abbassando un poco la voce.

—Dove? — chiesi, fingendo indifferenza.

— Lungo il fiume. Solo noi due.

Il cuore mi balzò in gola, ma le parole che uscirono furono altre.

— No… non posso — mormorai, fissando la punta delle mie scarpe.

Un mutismo breve cadde tra noi.

— Immaginavo — rispose, e il suo sguardo si spense per un istante.

Poi si voltò, e tornò a ridere, come se nulla fosse accaduto.

Io rimasi lì, con il rifiuto che mi bruciava dentro.

Avrei voluto corrergli dietro, afferrargli la mano e dirgli:

— Ho sbagliato, portami con te.

Ma restai ferma, prigioniera del mio mutismo.

Quella sera, sola nella mia stanza, mi chiesi se si potesse tornare indietro. E capii che non sempre il silenzio protegge: a volte ferisce più di una parola.



17 marzo 1908

Avevo sedici anni e il mondo mi sembrava improvvisamente più grande di me. Ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo di lui mi faceva tremare il cuore, come se non fossi più la bambina che correva sulle scale, ma qualcun’altra che non sapevo ancora riconoscere.

Un pomeriggio restammo soli nel cortile.

Lui lanciò un sasso contro il muro, senza guardarmi, e disse:

— Ti ricordi quando cadevamo sempre, correndo?

— Sì — risposi, sorridendo appena.

— Ora non cadi più — aggiunse e finalmente mi fissò.

Abbassai gli occhi, perché quello sguardo mi bruciava. Avrei voluto dirgli che non cadevo più fuori, ma dentro inciampavo ogni giorno. Inciampavo nei pensieri, nei desideri che non osavo confessare, nella paura di crescere troppo in fretta. Tornai a casa con il cuore che batteva forte, come se avessi corso per ore. Eppure non avevo fatto che camminare accanto a lui. Capivo che qualcosa stava cambiando, ma non sapevo se desiderarlo o temerlo. Scrissi allora queste righe, per non dimenticare quel tremito che mi accompagnava ovunque. Era la mia ombra nuova, più inquieta di tutte le altre.



23 maggio 1909

Non so quando accadde, ma qualcosa cambiò tra noi.

Un giorno correvamo insieme, ridevamo senza misura; ora invece i suoi passi si allontanavano dai miei. Lo vedevo parlare con altri, ridere con loro, e io restavo indietro, come se non ci fosse più posto accanto a lui.

Un giorno lo chiamai:

— Aspettami! — gridai dalle scale.

Si voltò appena, e rispose:

— Arrivo dopo.

Poi riprese a camminare, senza fermarsi.


Quel “dopo” non arrivò mai.

Restai sola sul gradino, con il fiato corto e il cuore pesante. Avrei voluto correre a raggiungerlo, ma le gambe non si mossero. Era come se un muro invisibile si fosse alzato tra noi. Da allora, anche quando eravamo vicini, sentivo che qualcosa ci separava. Le sue parole erano più brevi, i suoi sorrisi più rari. Io fingevo di non accorgermene, ma dentro di me cresceva un abisso che non sapevo colmare.

Non posso dimenticare quel respiro trattenuto, più duro di qualsiasi parola.

Fu allora che compresi: la distanza non nasce tutta in un giorno, ma cresce piano, come un riflesso che si allunga col tramonto.


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