CAPITOLO II – Dove tutto ebbe inizio
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Nacqui in un giorno d’inverno, quando il cielo era basso e le tegole della casa gemevano sotto il peso della neve. La casa era povera, a due piani, costruita con pietre che sembravano trattenere il respiro del tempo. Non era grande, né bella, ma aveva un’anima: ogni crepa parlava, ogni porta cigolava come se volesse raccontare qualcosa.
La mia famiglia viveva al piano di sopra, in tre stanze che odoravano di legna, di brodo e di panni stesi. Al piano di sotto abitavano altri, ma tra quelle scale condivise e quel cortile di terra battuta si cresceva come in un’unica stirpe.
Fu lì che vidi per la prima volta “lui”, il bambino che sarebbe diventato la mia eco visiva, la mia quiete, il mio pensiero.
Ma allora non lo sapevo.
Ricordo poco di quel giorno, ma mia madre diceva che piansi piano, come se non volessi disturbare.
E forse era vero: nacqui con la voce bassa e il cuore grande. La casa mi accolse senza cerimonie, ma con la dignità delle cose semplici. E da quel giorno, ogni mattina, la luce filtrava dalla finestra come una promessa.
Non avevamo nulla, ma avevamo un’eternità davanti a noi.
E il tempo, allora, sembrava infinito.
7 giugno 1895
Quel giorno il cortile era nostro.
La terra era calda sotto i piedi e il sole ci rincorreva tra le ombre delle scale. Giocammo a rincorrerci, a saltare, a inventare regni e battaglie con bastoni e sassi. Lui era il re, io la guardiana del tesoro. Rideva forte e io ridevo più forte ancora.
A un certo punto cademmo insieme, e per un attimo restammo lì, stesi, a guardare il cielo. Mi disse che le nuvole sembravano cavalli. Io risposi che sembravano sogni. Poi ci rialzammo e ricominciammo a correre.
La mamma mi chiamò per la merenda e salii le scale con le ginocchia sporche e il cuore leggero. Non so perché, ma quando lui era accanto a me, tutto sembrava più vero.
Anche il tacere.
Anche il tempo.
Fu uno di quei giorni che restano per sempre, anche se nessuno li scrive.
3 ottobre 1898
Le scale erano il nostro regno. Non ricordo chi avesse cominciato, ma a un certo punto correvamo su e giù come due piccoli fulmini, ridendo così forte che la mamma mi minacciò di chiudermi fuori, se non avessi smesso.
Lui era più veloce, sempre un gradino avanti, ma io lo inseguivo con tutta la forza che avevo nelle gambe e nel cuore. Ogni scalino era una sfida, ogni curva una possibilità di sorpasso. Corremmo fino a cadere e poi ci rialzammo per correre ancora. Il nostro fiato si mescolava al rumore dei passi, e sembrava che la casa stessa ci incoraggiasse.
A un certo punto ci fermammo. Eravamo sudati, rossi in viso, e felici. Mi lanciò uno sguardo divertito e sussurrò:
— Per poco non mi superasti.
Io risposi:
— Domani vincerò davvero.
Non era una gara. Era un modo per sentirci vivi, per sapere che il mondo era nostro, almeno per un pomeriggio.
Quelle scale, oggi, mi sembrano più piccole. Ma allora erano infinite.
12 aprile 1902
Il sole quel giorno era così forte che le ombre sembravano vive. Camminavamo nel cortile e mi accorsi che la sua penombra cadeva sempre accanto alla mia. Non importava se correvamo, se ci fermavamo, se ci sedavamo sul gradino più basso: la sua figura era lì, fedele, come se non volesse lasciarmi.
Provai a staccarmi, a correre più veloce, a cambiare direzione. Ma ogni volta, voltandomi, la trovavo di nuovo accanto. E allora risi e lui rise con me, senza capire perché.
Forse non era nulla, solo un gioco di luce. Eppure, dentro di me, sentii che quella vicinanza era più grande di un gioco. Come se il mondo avesse deciso che le nostre strade non potessero separarsi.
Non so spiegare perché, ma quel giorno capii che non ero sola. C’era sempre la sua impronta e accanto alla sua, la mia.
15 marzo 1906
Quel giorno lo vidi come non l’avevo mai visto prima.
Eravamo nel cortile, come sempre, e il sole faceva brillare la polvere nell’aria. Ridevamo, correvamo, ma a un certo punto si fermò. Mi guardò, e il suo sguardo non era più quello di un gioco. Non so spiegarlo: era come se mi vedesse davvero per la prima volta.
Abbassai gli occhi, e sentii il cuore battere più forte.
Finsi di non capire, ricominciai a correre, ma dentro di me qualcosa era cambiato. Forse fu solo un attimo, un pensiero che sarebbe passato. Eppure, tornando a casa, continuai a sentire quello sguardo addosso. Come un’ombra nuova, che non sapevo se mi spaventasse o mi consolasse.
Quel giorno capii che l’infanzia stava finendo.
E che il domani non sarebbe stato più lo stesso.
Dopo questi due capitoli, ti va di dirmi se la storia ti ha incuriosito abbastanza da voler continuare?