CAPITOLO VIII – Il ritorno
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15 luglio 1945
La piazza era piena di voci, di risate che cercavano di coprire le ferite della guerra. Io camminavo senza pensieri, e invece lo vidi.
Il volto era scavato, i capelli radi, la schiena un po’ curva come se portasse ancora un peso invisibile. La mano sinistra tremava appena, e per un istante pensai che volesse allungarla verso di me. Ma si fermò, lasciandola ricadere lungo il fianco.
Gli occhi, però, erano gli stessi. Non brillavano più come una volta, ma avevano ancora quella profondità che mi aveva accompagnata per tutta la vita. Mi guardavano, eppure sembrava che cercassero qualcosa oltre me, come se io fossi insieme presenza e ricordo.
— Non potevo… non era colpa mia…— disse, e la voce era roca, spezzata, come se ogni parola gli costasse fatica.
Le sue frasi cadevano lente, come pietre gettate in un fiume profondo: non lasciavano cerchi, solo una assenza di voce.
Io lo ascoltavo, ma dentro di me sentivo che il ragazzo che correva con me sulle scale non c’era più. Era rimasto indietro, in un periodo che non poteva tornare. Intorno a noi la piazza continuava a vivere: bambini che correvano, donne che ridevano, uomini che parlavano di ricostruzione. Ma per me il tempo si era fermato. Era come se il fiume che avevamo condiviso da ragazzi fosse tornato a scorrere tra noi, non più complice ma barriera. Io da una parte, lui dall’altra.
Non chiesi nulla. Non volli sapere. Forse la verità avrebbe distrutto anche quel poco che restava. Così restammo lì, due estranei legati da un ricordo che non sapeva morire.