CAPITOLO IV – L’allontanamento
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14 maggio 1910
Quel giorno il cortile mi parve più grande del solito, come se avesse perso un confine invisibile.
Da qualche settimana lui usciva presto e rientrava tardi; non era più accanto a me. Lo cercai tra le voci, tra i passi che risuonavano sulle scale, ma non lo trovai.
— Avrà lavoro fuori — disse mia madre, come fosse nulla.
Annuii, ma dentro di me sentii qualcosa che non sapevo spiegare. Ero abituata a vederlo ovunque: sul gradino più basso, dietro l’angolo, a ridere per un nonnulla.
Quel pomeriggio mi sedetti da sola sul muretto. Mi parve di udire la sua voce:
— Corri, se riesci a prendermi ti lascio vincere.
Ma non c’era nessuno.
Solo il vento che muoveva la polvere.
Compresi allora che l’assenza può nascere senza chilometri: bastano giorni diversi, orari nuovi, e il cuore si accorge che qualcosa è cambiato.
3 novembre 1911
Stamane lo vidi caricare i bauli sul carro.
La porta di sotto si aprì e si chiuse più volte, come se già non ci appartenesse.
— Partono oggi — disse la vicina, sistemando il fazzoletto sul capo. — Vanno in una casa grande, con un giardino.
Rimasi sul pianerottolo, con le mani fredde.
— Allora è davvero così — mormorai e le scale mi parvero più lunghe.
Provai a sedermi sul gradino dove spesso restavamo insieme, ma mi parve estraneo.
Quando il carro si mosse, lui si voltò appena. Non alzai la mano, non chiamai il suo nome. Restai ferma, come se le pietre mi trattenessero. Quella sera, mentre il vento scuoteva le imposte, ripensai alla porta chiusa.
Capii che a volte non sono i muri a spostarsi, ma i cuori.
21 febbraio 1912
L’inverno non finiva mai, e il vento portava con sé una tranquillità che non sapevo colmare.
Lui abitava ormai lontano, eppure il suo nome continuava a vivere tra le stanze della mia memoria. Lo incontrai per caso, un pomeriggio, lungo la strada che portava al mercato.
— Come stai? — chiesi, e la mia voce mi parve estranea.
— Bene! — rispose, con un sorriso breve, che non giunse agli occhi.
Parlammo poco, di cose leggere: il lavoro, la pioggia, la fatica dei giorni. Ma ogni parola mi sembrò una barriera, non un ponte. Camminammo insieme per un tratto, poi lui si fermò.
— Devo andare — disse e già guardava altrove.
Avrei voluto gridargli che mi mancava, che senza di lui il cortile era solo pietra e polvere. Ma rimasi muta, come sempre. Quando si allontanò, mi accorsi che la sua figura si faceva piccola, eppure dentro di me occupava ancora tutto lo spazio.
Era un amico lontano, presenza assente: vicino nei ricordi, irraggiungibile nella vita.