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Presentazione di Rosa Silvia

CAPITOLO V – Il mio coraggio

2 min di lettura

21 aprile 1913

La neve si era sciolta da poco, e l’aria profumava di terra bagnata e di germogli.

Camminando nel cortile, compresi che non potevo più attendere. Per anni avevo aspettato che fosse lui a tornare, a cercarmi, a colmare il vuoto che aveva lasciato. Ma gli anni passavano e il silenzio cresceva come un muro.

— Se non verrà lui, andrò io — mi dissi e quelle parole mi parvero nuove, quasi estranee.

Era la prima volta che sentivo la mia voce farsi coraggio. Lo immaginavo nella sua nuova casa, tra stanze più grandi e finestre che guardavano lontano. Forse rideva con altri, forse aveva già dimenticato le nostre corse sulle scale.

Ma io non potevo dimenticare. Non volevo che la mia vita restasse sospesa nell’attesa. Un giorno mi promisi che sarei stata io a cercarlo.

21 giugno 1913

Il sole cadeva a picco sul cortile, e l’aria odorava di polvere e di fieno.

Avevo deciso: non avrei più aspettato.

Lo raggiunsi davanti al cancello della sua nuova casa, il cuore che batteva come se volesse uscire dal petto.

— Posso parlarti? — dissi, e la mia voce tremò appena.

Lui si voltò, sorpreso.

— Rosa Silvia… non pensavo di vederti qui!

— Non potevo più restare ferma. Vorrei… vorrei che venissi con me, domani. Al fiume.

Tacque un istante e io abbassai lo sguardo, temendo un rifiuto.

Poi sorrise, un sorriso che non vedevo da tempo.

— Domani, allora. Verrò.

Quelle parole mi parvero incredibili, come se il tempo avesse deciso di restituirmi un frammento perduto. Camminai via con le gambe leggere, eppure dentro di me tremavo ancora.

Non fu lui a cercarmi: fui io a tendere la mano e lui la prese.

22 giugno 1913

Oggi ci siamo incontrati davvero.

Sono tornata a casa da poco, e ho ancora negli occhi il riflesso dell’acqua. Abbiamo camminato lungo il sentiero che porta al fiume, il sole alto e l’aria profumata d’erba.

— Non venivo qui da tanto — mi ha detto, lanciando un sasso che ha rimbalzato due volte.

— Neppure io — ho risposto, e il cuore mi batteva forte.

Camminava accanto a me, ma con lo sguardo perso davanti. Avrei voluto chiedergli cosa pensasse, se anche lui sentiva la stessa nostalgia che mi stringeva il petto.

Ma non dissi nulla.

E lui non disse nulla.

Quella quiete pesava più delle parole che non trovavamo. Era come se il fiume avesse portato via la leggerezza, lasciando solo la distanza che ancora ci divideva. Abbiamo riso, abbiamo camminato, ricordando la nostra infanzia; poi l’abisso è sceso tra noi come un velo. Credevo che saremmo tornati a casa così, senza parole, con il peso di ciò che non ci siamo detti.

Ma quando ci siamo fermati davanti al bivio, ho trovato il coraggio.

— Ci vediamo di nuovo — ho detto, e la mia voce tremava.

Lui mi ha guardata, sorpreso.

— Quando?

— Domenica prossima. Qui, allo stesso posto.

Per un istante ho temuto che rifiutasse. Invece annuì, con un sorriso breve.

— Va bene. Domenica.

Non so cosa accadrà, ma oggi non ho lasciato che fosse il silenzio a decidere per me.

Sono stata io a fissare il prossimo incontro, e questo è il mio coraggio.


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