CAPITOLO IX – Il rifiuto
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14 ottobre 1945
L’autunno è arrivato presto quest’anno. Le foglie cadono fitte nel cortile, e il vento porta con sé un odore di fumo e di terra bagnata. Cammino tra le strade del paese e tutto sembra diverso, come se la guerra avesse cambiato persino i colori delle case.
Da quell’incontro in piazza non l’ho più rivisto. Eppure la sua voce continua a inseguirmi: “Non potevo… non era colpa mia…”.
Le parole tornano come un’eco vuota, incapace di riempire il silenzio di trent’anni. Ho pensato a lungo se avrei potuto perdonarlo. Se uno sguardo, un abbraccio, una spiegazione a metà potessero cancellare l’attesa, il fiume, la giovinezza perduta. Ma la risposta è chiara come il freddo che scende la sera: no. Non lo perdonai. Non perché non lo amassi più: l’amore non si spegne, resta come brace sotto la cenere.
Ma perché ciò che mi tolse non può essere restituito: gli anni che non tornammo a vivere insieme, i sogni che non ebbero forma, la ragazza che fui e che rimase sola sul greto del fiume.
Il suo ritorno non cambia nulla. Ora so che il mio destino non è restare fedele a lui, ma a me stessa. E la mia fedeltà si chiama rifiuto.
Fuori, le foglie continuano a cadere lente, una dopo l’altra, come i giorni che se ne vanno. Io le guardo scendere e penso che il tempo non restituisce, non ripara: porta via.
E io, finalmente, lascio che porti via anche lui.