Premessa
di Myko Sagami
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Ci vogliono due vite per trovare sé stessi e poi una terza per viversi a fondo, in piena consapevolezza.
Una, naturale, si svolge dall’infanzia all’età adulta. È spontanea, quasi selvaggia per un periodo, incoerente e inconsistente.
A questa prima ne segue una artificiale, adulta o quasi, fatta di meccanica più che di spontaneità, fatta di maschere e di ruoli, di recitazione e di gabbie che costruiamo con le nostre mani per restare dove crediamo che sia giusto essere. Fatta di formule: fisica e chimica.
Segue poi la terza, l’ultima della mia lista perché è questa che sto vivendo ora, ma non so se sia l’ultima davvero. Mi pare che voglia essere intima e pacifica, un po’ insofferente, certo, ma determinata a prendere possesso del proprio spazio e del proprio tempo. Molto determinata, forse al punto da essere quasi vendicativa, cosciente. Libera ma in armonia con le regole dell’universo, con il moto delle stelle.
Per passare dall’una all’altra si attraversa un periodo di transizione, una mutazione, da larva a crisalide e da crisalide a insetto. I miei cicli, le mie vite, finora sono durati 25 anni, con periodi di transizione lunghi più o meno due anni. Vite la cui parte finale sfocia nell’inizio della successiva.
Se anche questo terzo ciclo avrà la stessa durata, resterà quasi lo spazio per una quarta vita, che non so se esista, su cui non ho indizi, che non so nemmeno supporre come potrebbe essere. Spero, lo spero immensamente, con tutte le mie forze, di avere tempo sufficiente per scoprirlo. Perché questa terza vita che mi accingo a vivere ha un’alba bellissima, anche se è macchiata di sangue. Non oso nemmeno immaginare quanto potrebbe essere bella l’alba successiva.
Per ora mi godo questa, in tutte le sue contraddizioni, che non mi fanno male come accadeva nella vita precedente. Lascio scorrere il fiume incessante del dolore, lascio che le sue acque mi attraversino, ora placide, ora vorticose.
Nelle sue acque scure scopro la mia nuova identità, stratificata sulle due precedenti, perché in noi nulla muore mai, almeno fino alla morte vera. Sedimenta tutto, strato su strato: madreperla nel migliore dei casi, di norma solo rifiuti compattati dal tempo e dal loro peso. Chi sono io? Quale, tra queste identità così diverse, che tuttavia mi rendono ciò che sono?
È difficile vivere con questo fiume dentro, che fa sembrare tutto soltanto sofferenza. Pare che non ci sia altro, a volte ne sono quasi convinto. Niente altro che dolore, denso e limaccioso, appiccicoso e scivoloso, che ti sporca ma che non si lascia afferrare, che ti attraversa e ti consuma.
Invece, mentre l’acqua depone il prossimo strato, mentre si definisce quella che diverrà, la mia prossima identità, io lascio che germoglino gioia e amore, per quanto possibile possibile, in tutti i colori dell’arcobaleno. Proprio qui sulle rive di questo fiume che nessuno vorrebbe vedere scorrere in sé.