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Identità

Atto I

2 min di lettura

Posizione delle mani a ore 9:15, pollici serrati alle razze del volante.

C’è questo pensiero che mi disturba come le interferenze che sporcano la mia canzone preferita che suona alla radio. Pensiero? Ricordo, credo. Sembra più un ricordo che emerge faticoso dalla nebbia di momenti lontani.

Le guardo queste mie mani. Ho un leggero senso di nausea, un peso strano allo stomaco che rende difficile il respiro. Sono in coda in tangenziale ma che ci faccio qui?

Che giorno è oggi? Credo sia lunedì, piove. Piove sempre un po’ di lunedì, o fuori o dentro. La pelle delle mani non è più elastica come la ricordavo. È percorsa in lungo e in largo da una sottile, fitta ragnatela di piccole rughe, nonostante la crema idratante al ginepro nero. Sarà il nero che invecchia...

La nausea peggiora. Questa morsa bruciante alla bocca dello stomaco, cattiva come il residuo di un pugno tra le costole, non mi molla da qualche giorno. Il vapore acido che sale lungo l’esofago e si infila nei polmoni è un tormento cinese. Causa una tosse grassa e insistente, irrita i bronchi. Quando espiro a fondo sento gorgogliare, come fossi un lavandino intasato. Mi serve un respiro profondo per prendere aria e domare la voglia di rimettere.


Due giorni fa ho avuto netta l’impressione di svegliarmi da un sonno artificiale, farmacologico. È stato un flash. Mi sono ritrovato all’improvviso in un posto sconosciuto senza sapere come ci fossi arrivato. Eppure il posto non era poi così sconosciuto e in fondo, in qualche modo, ero anche sicuro di sapere come c’ero arrivato. Ma ero comunque smarrito, con le certezze che ci rendono coscienti tutte appannate.

C’erano quei due di spalle, giubbotto di cuoio sotto e sopra uno di jeans, senza le maniche. Patch cucite sulla schiena a sottolineare quello che le loro moto dicevano già ad alta voce.

Harley Davidson, il rumore deciso del motore Milwaukee-Eight®, due tuoni imbrigliati in un loop cromato, twin-cam da 83CV a 5000 giri circa per 1750 cc, anche loro circa. Mi piace questo circa, nulla di preciso, un’armoniosa asimmetria. Uno di loro aveva dei braccialetti al polso destro, il sinistro non sono riuscito a vederlo, sono andato in corto circuito prima di poterlo guardare.

Non ricordo altro, un secondo dopo aver visto i braccialetti è stato come se io non ci fossi più, blackout, di nuovo. Di nuovo nell’oblio. O nella normalità, se vogliamo. In quella normalità che sembra volermi escludere dal suo corso.


In tangenziale. E dove altro dovrei essere a quest’ora di un lunedì mattina piovoso e imbronciato? Sto andando in ufficio. Cose normali da normale inizio settimana. Ma che fatica rimanere presenti oggi. Devo concentrarmi per tenere saldo il filo dei miei pensieri. Sarà una giornata pesante, come lo scroscio d’acqua che investe il parabrezza ora. Si appannano i vetri e i pensieri assieme. A pulire i vetri fa fatica anche l’aria condizionata. Sicuramente non ci riesce con i pensieri. Ci vorrebbe un caffè forte, ma con lo stomaco messo così, non so se mi farebbe poi tanto bene.

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