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Identità

Memoria #5

8 min di lettura

Questa sera il lago è diverso, più scuro e piatto, più discreto e silenzioso. Si fa sentire solo in debolissime onde che carezzano i sassi della spiaggia.

Io e Marina siamo immersi nei nostri ricordi, vicini che quasi ci tocchiamo eppure lontani, sostanzialmente soli. Io la guardo, seguendo in una carezza immaginaria il suo profilo, dalla fronte giù fino al petto che sale e scende con un movimento costante, elegante. Eh sì, è ancora dannatamente bella. Mi giro di nuovo verso il lago per evitare di fare figure da cioccolataio. Lo sguardo si fissa sempre su ciò che ci attira, irriguardoso della situazione.

Rompe lei il silenzio: “si possono comprare ancora i pensieri?”

“Certo,” le rispondo, “basta avere una moneta da dieci lire da spendere.” (Primo errore, cazzo! La moneta è ovvio che non ce l’abbia, no?)

“Non ne ho una, purtroppo.” (Ma va? Ma non potevo pensarci un secondo fa?)

“Potresti comprare tu un mio pensiero con quella che tieni al polso, e poi ne comprerei uno io, come quella sera al Boschetto.”

“Questa è bucata, non vale più, credo.” (Secondo errore. Coglione, coglione e coglione di nuovo. Ma pensare prima di parlare, mai? Ma dille di sì, cretino che non sei altro. Dai fanne un altro di sbaglio, dai, su, rovinati del tutto)

Marina tace. Sono sicuro che se l’abbracciassi ora la sentirei tremare, ma non ho il coraggio nemmeno di voltarmi verso di lei.

Dopo un po’ ricomincia a parlare, questa volta girandosi verso di me. “Ho visto che hai dei braccialetti nuovi al polso sinistro. Posso chiederti la storia di uno di quelli?”

“Non sono belle storie, lo sai, ma chiedi pure.” (Terzo errore. Avrei dovuto dire di no, che volevo comprare un suo pensiero, che avrei chiesto un prestito alla banca dei sogni per farlo, che avrei fatto un mutuo, che avrei dato una gamba e un braccio, e anche un occhio se fosse stato necessario. Non tutti e due però perché avrei voluto stare a guardarla per il resto della vita. La coerenza con il proprio personaggio, che cosa stupida! Una volta la facevo ridere. L’idea del mutuo l’avrebbe fatta ridere di nuovo e forse la serata sarebbe cambiata. E magari l’avrei anche baciata, come morivo dalla voglia di fare da quando oggi ci siamo visti in piazza davanti alla gelateria. E invece ci siamo infilati nel tunnel delle cose tristi. Che idiota che sono, che idiota.)

“Quello di cuoio intrecciato, che ricordo è?”

(Ammazza, Marina, che mira. Ce ne sono cinque su quel polso, e sei sul destro. E alcuni hanno attaccata più di una cosa, più di un ricordo. Proprio quello dovevi andare a prendere? E va bene, è andata così, dopo tre errori di fila, non si può che raccogliere, con il giusto rammarico, una giusta sconfitta. Di quelle che andranno a decorare il polso sinistro, così pareggio i conti col destro. Domani comprerò il nuovo braccialetto, a meno di un miracolo. Ma io non ci credo ai miracoli, maledizione.)

“Ti ricordi Vittoria e Gigi?”

Mi guarda interrogativa.

“Dai, Vittoria, la tipa che aveva uno scimpanzé che si chiamava Sonny.”

“Quella che piaceva a te e che aveva promesso di presentare sua sorella ad Alessio?”

“Quella.”

“Certo che me la ricordo, cioè, più che altro ricordo le maledizioni che ti ha lanciato Ale in piazza la sera quando avete raccontato a tutti l’incontro a casa sua.”

Ride, è tornata allegra, la tensione si è sciolta, ma se ne è andata anche l’opportunità di aprire di nuovo il suo cuore, forse l’ultima che mi è stata data. E di sicuro quello che ho da raccontarle si porterà via l’allegria che ha appena ritrovato.


Beh, l'incontro con Vittoria era impossibile da dimenticare, in effetti.

Tanto per cambiare, avevo conosciuto Vittoria al lago, terreno di caccia delle nostre estati di giovani dagli ormoni bollenti. Non so come fosse finita a fare il bagno alla Puncia (la punta, nel nostro dialetto, un promontorio vicino al paese) dato che poi ho scoperto che aveva la piscina nella villetta di famiglia, a Bedero. Fatto sta che Vittoria, in mezzo al gruppo di amici e amiche che si trovavano lì per evitare l’ingorgo di turisti delle altre spiagge, balzava subito all’occhio.

Io figurati se non faccio l’idiota. Sono sceso alla spiaggia con la moto da cross dopo essere andato a comprare delle bibite, con una scusa. Mi ero convinto che non mi avrebbe notato. Eravamo una trentina e io di solito stavo con quei cinque o sei con cui andavo più d’accordo. Quindi ho escogitato quella spacconata, un piano perfetto, geniale. Un piano idiota, ovviamente.

Per farla breve, siamo diventati amici e io ci ho provato (erano passate già un paio di estati dalla serata con Marina al Boschetto, e io e lei eravamo già passati all’amicizia senza impegno che lei voleva dopo i baci e le carezze del suo desiderio). Per farla ancora più breve, mi ha detto che ci saremmo visti il giorno dopo a casa sua, in piscina. Io, bello scontato, le ho chiesto scherzando se non avesse una sorella o un’amica per fare compagnia ad Ale, che era il mio migliore amico e la migliore spalla che abbia mai avuto. Più o meno chiara la risposta: “Si, se gli piace il genere,” un po’ strano il sorriso ammiccante con cui l’ha accompagnata.

Il chiarimento lo abbiamo avuto il giorno dopo. E che chiarimento.

La sorella di Vittoria era in piscina, sdraiata sulla pancia. Bionda, capelli lunghi raccolti in una treccia, magra, una bella schiena che terminava in un bel sedere anni 80/90 (bacino stretto e piccolo, per intenderci), apparentemente in topless. Vicino a lei Sonny, lo scimpanzé di Vittoria beveva un succo di frutta guardandoci curioso. La faccia di Ale era un programma.

Poi lei si alza e si gira presentandosi: “Ciao, io sono Gigi.”

La voce era decisamente effeminata, in linea con l’aspetto ‘di spalle’. La ricrescita della barba un po’ meno.

Ale ha subito risposto: “Io no!”

La sua espressione era virata in qualcosa di talmente comico che abbiamo riso tutti per un bel po’, talmente di gusto che anche Sonny si è unito al coro.

Gigi è stato il primo vero travestito che ho conosciuto, Valeria invece la prima lesbica. Sulla sessualità dello scimpanzé ho preferito non indagare: meglio evitare sorprese.

Siamo diventati molto amici. Lei mi ha confidato, dopo poco, che non avevo attirato la sua attenzione con la moto, anzi. Aveva notato la cosa solo quando l’ho appoggiata a terra e ho distribuito le bibite. Le sono sembrato stupido e presuntuoso, quasi antipatico. Che campione che sono, eh?

Mi ha salvato solo il fatto che fossi molto amico di Cinzia, una bella ragazza di Ponte che era lì col mio gruppetto di amici. A Valeria piaceva molto, e devo dire che aveva avuto fiuto, perché anche a Cinzia piaceva Valeria, anche se non lo sapeva ancora bene e ci avrebbe messo un po’ a capirlo, direi un paio d’anni. Quindi io ero semplicemente il mezzo migliore per arrivare a lei, e in fondo sono contento di essere stato il cupido della situazione: Valeria e Cinzia sono ancora compagne di vita.

Gigi era molto simpatico e molto discreto, un quasi-trans in quasi-incognito, come si definiva lui. Alessio, ripresosi dallo shock, è tornato ad essere la miglior spalla del mondo. Insomma, quell’estate è stata molto divertente.


“Gigi è morto l’anno scorso. Il braccialetto me lo ha fatto lui.”

“Come morto?”

“Morto, tipo funerale e cose così,” le rispondo cercando goffamente di sdrammatizzare. “Il braccialetto me lo ha regalato quando sono andato a trovarlo, pochi giorni prima che ci lasciasse. Era ricoverato in una casa di cura a Laveno. Cameretta vista lago in un reparto dove entri e sai che non esci più. Aveva l’AIDS. Ha chiesto di morire guardando il lago perché era uno dei pochi posti dove fosse stato felice.”

Non le racconto troppi dettagli, giusto il minimo necessario.

Il braccialetto lo ha intrecciato lui, per ammazzare il tempo. Diceva che dato che il tempo cercava di ammazzarlo, lui voleva restituirgli il favore. Non le dico nulla della persona che ho visto, che di Gigi non aveva quasi più nulla. Era magro, magrissimo, con la treccia bionda resa opaca dalla malattia, il viso devastato da piccole infezioni, da micosi che su una persona sana non attecchiscono. Gli occhi arrossati, le palpebre impastate da lacrime troppo dense.

La sua camera era sterile, una tenda di plastica sovrastava il letto, mascherina con ossigeno per lui e per noi mascherina verde chirurgica, copri-scarpe, camice, cuffietta e guanti. Sterile… più o meno, visto che hanno lasciato entrare Vittoria e me senza disinfettarci da capo a piedi…

A volte mi capita di pensare che la polmonite che ha messo fine alle sofferenze di Gigi l’abbia portata io, annidata chissà dove tra i miei vestiti. A volte provo persino del rimorso pensandoci. Anche questo non lo dico a Marina, che è già tornata triste.

Aveva chiesto lui di vedermi, voleva darmi il braccialetto. Faticosamente mi aveva detto che voleva che restasse qualcosa di suo, di fatto da lui, alle persone che lo avevano fatto stare bene, sentire normale, per quanto normale potesse definirsi uno come lui, strano con una sorella strana e uno scimpanzé per fratello. L’autoironia non gli mancava di sicuro.

Alessio era andato a trovarlo il giorno dopo, con Valeria anche lui. Erano ammesse al massimo due persone nella stanza. Erano diventati buoni amici perché sul piano dell’ignoranza (chiamavano così la loro voglia di ridere di tutto, di non prendere nulla sul serio) si incontravano alla grande. Io e Ale siamo riusciti a parlare di quell’ultimo incontro solo dopo settimane. Mi ha confessato che aveva pianto per due giorni dopo averlo salutato.

Io, che sono meno solido e coraggioso, avevo pianto con Gigi e con Valeria subito dopo aver ricevuto il braccialetto e la spiegazione del regalo, prima di salutarlo. Ale aveva resistito, anzi, mi ha detto che lo aveva fatto ridere. Gigi gli ha regalato una collanina con una conchiglia per pendaglio. Gli ha detto che serviva per fargli sentire il mare, così portandola all’orecchio e ascoltandolo sarebbe stato un po’ zitto, dando tregua agli amici dalle sue scemenze.

Marina era scossa. Non conosceva Gigi e Vittoria bene come me e Ale, ma li aveva frequentati un po’. E poi, dai, fa sempre male sapere che un ragazzo muore così giovane. Prima di compiere 25 anni nel suo caso.


“Ti va di andare al bar a bere qualcosa?”

Le andava.


Un capitolo della mia esistenza cominciava a chiudersi quella sera e si sarebbe chiuso del tutto, in metropolitana, una domenica sera di due anni dopo.

L’avrei amata per tutta la vita la mia Marina, ma mi è mancato il coraggio di dirglielo. Era troppa la paura di sentirmi dire di no, che lei non mi amava.

Ho sempre avuto troppa paura di fallire, da giovane.

Mi giurai solennemente che quella sarebbe stata l’ultima volta.

L’ultima volta che avrei lasciato vincere la paura.

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