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Identità

Memoria #1

3 min di lettura

“Quelli delle scuole guida non capiscono un cazzo, tieni le mani alle 9:15. Portala in quarta e spingi fino alla fine del rettilineo, poi scala, infila la curva con decisione e tieni saldo il volante con i pollici, usali per fare forza sulle razze.”

Di solito io sto seduto sul sedile del passeggero e lui al volante. Io con la testa bassa, lo sguardo che salta dagli appunti sul quaderno per il navigatore alla strada, lui che segue le mie indicazioni e fa rombare il motore. Oggi invece Ale ha insistito per farmi provare a guidare la sua auto.

La sera prima ho fatto lo spiritoso tornando a casa dopo una bella uscita al Primavera. Lui era su di giro perché la morettina che puntava da un po’ aveva deciso di dargli corda. Si è quasi bruciato il ciuffo buttando giù il B52 che gli ho offerto per festeggiare, dando fondo al mio settimanale. La mia carriola, una Uno non troppo giovane, ha fatto il suo dovere lungo il percorso della speciale che porta dal paese a casa sua.

“Non te la cavi male, domani provi con la mia.”

Pensavo fosse solo un moto di ottimismo alcoolico e invece no, era serio.


Ale ha un Deltone, gran bella macchina (così non ne faranno più). È venuto a prendermi dopo pranzo. La mattina aveva piovuto e la cosa strana è che fosse domenica, non lunedì. Ripeto spesso questo mantra assurdo che mi si è infilato nel cervello quando ancora frequentavo il liceo e ci andavo in moto: è di lunedì che piove, o fuori o dentro. (Più spesso dentro per la verità.) Forse è per questo che la domenica ci piace e il lunedì no.

“Io non ho mai guidato una macchina così potente, e con la strada umida… Dai, non voglio rovinartela, lo sai che poi non ho i soldi per metterla a posto.”

“Coniglio,” mi dice lanciandomi le chiavi che quasi prendo in faccia per la sorpresa.

Siamo passati prima al biliardo, ha fatto guidare me da casa mia a quella ‘del Popolo’. Una scusa per farmi prendere confidenza con la macchina e per farmi rilassare. Mi ha dato giusto il tempo di una partita che ha pagato lui, come succede quasi sempre. Del resto io avevo finito i miei soldi la sera prima, e lui lo sapeva bene, avendo visto il mio portafogli vuoto.

Alessandro è un signore, non mi ha mai fatto pesare la differenza di possibilità che abbiamo. A pensarci bene siamo sempre stati come il sole e la luna.

“Facciamo lo sprint. A quest’ora su quella strada non passa nessuno.”

Non è ammessa replica quando Ale decide una cosa, e questa volta non è stato così difficile adeguarmi.


“Pronto?”

“Si,” rispondo. La voce mi trema leggermente.

“E allora VIA.”

La sequenza di comandi che legge dal mio quaderno, perennemente nel suo cruscotto, arriva come una mitragliata mentre il motore sale di giri: S2L + 50, TD + 60, S1K in TD e via così per 70 secondi di curve e controcurve.

Alla partenza ho il respiro corto, accelerato, poi, mentre è la macchina ad accelerare, passo il resto del tempo in apnea, col motore che ruggisce, le gomme che stridono, il cuore che martella nelle tempie.

“Rallenta, che adesso passiamo tra le case.”

Questo sul quaderno non c’è. Io lo conosco a memoria quel tratto, tante volte lo abbiamo fatto. È il nostro sprint preferito. Allento la pressione sull’acceleratore, il motore si calma, il mio cuore no. Andrà avanti a battere forte per un po’ di minuti. Anche il respiro si sblocca, riprende veloce, come se la strada l’avessi fatta a piedi, correndo.

“Mica male come tempo per un principiante,” dice Ale ridendo mentre guarda il cronografo che porta al polso. Le mie mani stringono ancora il volante con forza, la pelle liscia ed elastica è diventata bianca per lo sforzo. (Non ci sono le rughe. Nessuna ragnatela.)

Non porto l’orologio al polso, ne ho uno a cipolla, infilato nel taschino sopra la cintura del Chiodo, con l’anello della catena attaccato al passante in pelle. Ai polsi ho soltanto braccialetti, ciascuno rappresenta una cosa che non voglio dimenticare. A destra le cose belle, a sinistra quelle brutte. Quanto sono prevedibile.

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