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Identità

Memoria #3

2 min di lettura

“Certo che ne hai di fantasia,” mi dice Marina. “Va bene scegliere un posto tranquillo per due chiacchiere, va bene il lungolago di Caldè, ma non potevamo fermarci prima? Qui siamo davvero solo io, te, il buio e le barche.”

“Non ti lamentare sempre… Non ti vedo da quasi cinque anni, mi sembrava carino regalarti un bel panorama, qualche stella e un po’ di silenzio.”


Ci sediamo uno a fianco all’altra, le spalle appoggiate ad un grosso albero morente, colpito da un fulmine un paio di mesi fa, durante un temporale di inizio estate. Fa ancora caldo, si sta davvero bene.

Marina è bella come sempre, il viso sorridente incorniciato da lunghi capelli neri, mossi, con cui gioca di continuo. Ha gli occhi verdi, di un verde raro che li fa sembrare muschio bagnato. L’ho incontrata al lago, alle ‘roccette’ di Colmegna, circa dieci anni fa. Veniva in vacanza con la nonna al mio paese, per qualche settimana tra luglio e agosto, poi andava al mare con la famiglia. A volte tornava per una settimana i primi di settembre, quando la scuola non era ancora cominciata. Marina ha studiato al classico e sta per laurearsi in psicologia. Il suo fascino è uguale al suo profumo: intenso, penetrante e deciso, dolcissimo.


Mi sono sempre chiesto cosa abbia trovato in me, allora. Le cose tra noi sono andate alla rovescia, inizio estivo, travolgente e sensuale, sfociato poi in una bella amicizia tranquilla, per quasi perdersi nel nulla quando abbiamo cominciato l’università.

È ambiziosa Marina, ha voluto studiare a Torino perché secondo lei è la miglior università per psicologia. E pensare che lei è di Milano e io studio lì. Va da sé che non ci siamo visti per anni.


Parliamo a lungo: è complicato fare il riassunto di cinque anni di vita in una serata.

Siamo entrambi eclettici, gli argomenti non ci mancano e comprimerli nel tempo a disposizione è proprio difficile.

In un attimo di silenzio, mentre io lascio scorrere lo sguardo sulle luci che ondeggiano riflesse sull’acqua, Marina guarda i miei braccialetti. Uno in particolare.

“Ma la conservi ancora?”

Le rispondo con un sorriso: “Non lo immaginavi?”

Tra i vari braccialetti del polso destro (quello delle cose belle) ce n’è uno fatto con una collanina di cuoio, che fa due giri attorno al polso. Ha tre pendenti attaccati ad un asola chiusa da una sfera di metallo forata, tre ricordi importanti. Un crocefisso che mi ha regalato la mia nonna paterna, un Tao con Yin e Yang in smalto incastrati nel bronzo, regalo del mio maestro di Tai Chi, e una moneta da dieci lire forata.

Marina parla di quella.

Qualche anno prima avevo sempre in tasca un paio di dieci lire che prendevo da un barattolo di risparmi di quando ero bambino, un barattolo riempito di sogni a buon mercato. Non valevano nulla infatti, ma li usavo quando qualcuno era perso nelle sue riflessioni per comprare uno dei suoi pensieri. Di solito il gioco funzionava.

Il dieci lire che ora è appeso al braccialetto lo avevo usato una sera con lei, anni fa. E Marina aveva imparato in fretta a fare altrettanto, comprando subito dopo uno dei miei pensieri con la stessa monetina, in un attimo di silenzio mentre guardavo lei e contemporaneamente il lago alle sue spalle. Mentre ero ingarbugliato come mai lo ero stato prima.

E così era finita tra i pendenti del braccialetto.

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