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Identità

Memoria #2

3 min di lettura

Siamo in metropolitana, in mezzo alla gente della domenica sera alle sei. Seduti uno accanto all’altra senza dire una parola. Sembra che non ce ne siano più, finite, come quando a furia di rubare biscotti dalla scatola di latta si tirano fuori le dita vuote, con soltanto le briciole appiccicate ai polpastrelli. È iniziato così, è così che ho imboccato il sentiero lungo il quale ho costretto una parte di me a un letargo lungo anni. Ci sono ancora tre fermate, poco tempo per dire qualcosa, per evitare che questo saluto rischi di essere l’ultimo.

Motocross: è esattamente come correre su una di quelle gazzelle d’acciaio e plastica. Ho nella testa una pista in particolare. Si parte tutti allineati al cancelletto, la ruota anteriore ad almeno un metro dal meccanismo così che la barra di ferro abbia lo spazio per caderle davanti senza che ci finisca contro. Si sta lì con l’adrenalina a mille, in mezzo al grido sordo dei monocilindrici da 500cc che ti pompano gas di scarico nelle narici, il busto in avanti, un rumore d’inferno, la frizione che attacca appena, il freno anteriore tirato per tenere ferma la moto, le forcelle compresse. Il cancelletto cade senza suono, non fa nemmeno tempo a toccare terra. Si molla tutto e si apre il gas a manetta. Difficile tenerla giù la moto, difficile tenerla diritta con la ruota posteriore che gira come una trottola. Bisogna essere rapidi altrimenti si viene investiti da una tempesta di sassi e terra, o di fango, se c’è bagnato. Si tiene aperto il gas fino alla prima svolta, lanciati, le marce che salgono e la curva che si avvicina. In piedi sulle pedivelle, metallo e carne attorno in equilibrio precario, tutti a cercare di essere i primi ad entrare. Si pinza sia l’anteriore che il posteriore, giù le marce quanto serve, ci si siede, si gira decisi e si apre di nuovo, dando tutto quello che si può. Un paio di saltelli, il panettone, una curva a gomito, la rampa che sale lungo la collinetta, il tornantino che porta dalla salita alla discesa, e ci si trova davanti un salto nel vuoto.

Di suo non è tanto alto ma, dopo lo sbalzo, lo sterrato scende a precipizio, quindi anche se la moto sta sempre a un paio di metri da terra, si cade per almeno sette o otto. È come mettere la moto sul terrazzo del secondo piano e saltare giù. E là in fondo c’è un’altra curva, 90 gradi da paura.

Ecco, seduto lì accanto a lei, a tre fermate dalla parola fine, mi preparo a toccare terra e a girare a sinistra dopo il salto. Lo stomaco in gola, la pancia sottosopra, la lingua appiccicata al palato come un francobollo.

Lei si alza, io la guardo, e nell’intervallo di una sola fermata del centro (tra i 90 e i 120 secondi, per chi non fosse pratico), scodello la promessa.

Svolto.

Non so mai dire come io faccia a non schiantarmi quando salto, come sia possibile indovinare ogni volta l’angolo giusto, la giusta piega, la marcia, la pressione sui freni e poi l’apertura del gas che mi porta fuori pericolo.

In questo mazzetto di secondi, io seduto e lei in piedi, indovino tutte le parole, gli argomenti, lo sguardo. Forse anche le emozioni. Un paio di secondi di silenzio assorto, le porte che si aprono a sinistra, noi che scendiamo e lei che mi prende la mano.

Pericolo finito, vita cambiata.

E una prima botta di etere a una bella porzione di me.

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