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Identità

Atto VI

1 min di lettura

La seconda tombolata è durata qualche anno, tra pochi alti e tanti bassi, sempre in ansia, sempre con un tarlo a rodermi il cervello.

Non sono riuscito a stanarlo nemmeno brindando a Permetrina tre volte al giorno.

Non era mica un semplice tarlo.

Era praticamente un castoro, anzi, il fiero capo di una famiglia di castori. Stessa tenacia, stessa perseveranza, stesso attaccamento al dovere. L’Aleksej Grigor'evič Stachanov del tormento, e senza il supporto di santa madre vodka, per giunta.

Quindi non concedeva pause, sempre maledettamente sobrio, attivo, cattivo.


Il panorama attorno al lavoro del tarlo-castoro è facile da immaginare.

Devastazione programmata per creare un ambiente propizio al suo sopravvivere.

Peccato che fossi io quello che doveva tirare avanti, non lui.

Tirare avanti.

Tirare avanti un accidente.

Avrei interrotto tutto se avessi potuto sapere cosa ci sarebbe stato lì davanti.


Mi guardo in faccia, cioè guardo l’altro me stesso in faccia, cercando di fare i conti con la testa che mi gira. Avere di fronte una versione di sé più giovane di 25 anni non è cosa da tutti i giorni. È quasi ovvio che la testa giri un po’, se ci si pensa su.

L’ira monta dalla pancia, un’onda che parte con una contrazione allo stomaco come quando hai troppa fame, e sale, sale per vie misteriose fino alla fronte che pulsa, che duole.

Vorrei eliminarlo quel giovane che mi guarda un po’ stupito e un po’ curioso, e vorrei eliminare anche me, a pensarci bene.

Infilo la mano nel giubbotto ma questa volta non prendo le sigarette.

Gli punto la pistola in fronte e gli dico a voce bassa, ringhiante: “Togliti quel sorriso da ebete dalla faccia o sparo subito.”

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