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Identità

Atto II

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Atto II

Questa mattina non mi passa più. Sono ancora in coda, non lo reggo questo ritmo da lumache. Mi sposto a destra, cerco un varco tra le auto. Ho tagliato la strada al solito sveglione che non parte subito quando le macchine ricominciano a muoversi e quello si attacca al clacson. Faccio un gesto lento, gentile, con la mano aperta, alzando il braccio destro. È un modo sornione di ringraziare chi dorme ancora e di mandare allo stesso tempo a fare in culo lo stronzo dato che ha suonato per niente (il medio, infatti, lo trattengo a stento). I tre metri e mezzo di strada che gli ho rubato cambieranno di sicuro la sua vecchiaia, ammesso che ci arrivi e non gli venga un infarto prima. Pensare che spesso faccio così anch’io. Sempre a rincorrere qualcosa, sempre col fiato corto, con poco tempo a disposizione, senza nemmeno potersi fermare a pensare.

Guardo nello specchietto per assicurarmi che nessuno stia superando sulla corsia d’emergenza. Dieci punti evaporano potenzialmente dalla mia patente ma non reggo un altro minuto di attesa. Percorro cinquecento metri di violazioni al codice della strada e prendo la prima uscita disponibile.

Vedo nello specchietto, con la coda dell’occhio, i miei capelli bianchi. Cavolo, quanto sono bianchi. “Ma quanto tempo è passato?”- risuona nella mia testa. È come se non lo avessi pensato io, quasi come se lo avessi sentito. Guardo i sedili posteriori girandomi come posso, poi mi guardo meglio nello specchietto. Ho le prime rughe sul viso, le occhiaie, l’espressione stanca, sono gonfio. Di questo mio viso riconosco quasi solo gli occhi, verdi come sempre, ancora svegli e vivi, ma tristi e pesanti.

Troppo tristi, parecchio pesanti.

 

Oggi mi sa che in ufficio non ci vado. Che ci vado a fare poi, per stare come sto? Non concluderei nulla comunque, e sono sicuro che non mancherò a nessuno. Lo stomaco si rovescia di nuovo, mi invade una ventata di reflusso gastrico che arriva fino alla gola. Comincio a tossire quando i vapori acidi invadono i polmoni. Mi si annebbia la vista, devo accostare.


Ci metto un po’ a riprendermi. Il fiato tarda a tornare al suo ritmo normale, la tosse a calmarsi. Ho in bocca il sapore dell’olio rancido. Sto di merda, questa è l’unica cosa chiara oggi. Decido di parcheggiare e di fermarmi in quel parco, là in fondo. Non conosco questo posto, non ci sono mai stato prima. È uno dei pochi vantaggi che riconosco alle grandi città: basta girare un angolo e una zona che frequenti da tempo diventa un posto sconosciuto, perché quei metri d’asfalto e cemento non li hai mai visitati prima. Come se la realtà della città dipendesse dall’angolo da cui la guardi: novanta gradi di inclinazione in più e ti trovi in un posto diverso. Escher ci andrebbe a nozze con questo pensiero. Intanto piove e non c’è nessuno: incisione olandese o luogo reale, questo resta un posto meraviglioso. Per un suicidio, forse.


Scendo dalla macchina e punto la panchina più vicina. È bagnata ma non mi importa. Non mi va di camminare ma nemmeno di stare chiuso in macchina come una sardina nella sua brava scatoletta di latta. Mi siedo appoggiandomi allo schienale. Non metto nemmeno il cappuccio del giaccone. I capelli si inzuppano in fretta e l’acqua comincia a gocciolare lungo la barba, a infilarsi nel collo. Nemmeno la sento. Guardo di nuovo le mani e scrollo la testa.

Mi manca l’ossigeno oggi, come se fossi in alta montagna a saltare la corda. Vorrei tanto che ci fosse della musica a farmi compagnia, a togliere di mezzo questo nodo che mi stringe la gola. Per farmi contento il vento sibila tra i rami e le poche foglie sopravvissute all’autunno intonano l’Hallelujah di Cohen. Oppure sono io che la vaneggio: “I did my best, it wasn’t much,” ho fatto del mio meglio, ma non è stato un granché. Ecco perché mi trovo qui, inzuppato di pioggia: non è stato un granché quello che ho fatto.

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