Atto V
di Myko Sagami
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“Tu mi hai quasi ucciso, sai?”
Ma come cazzo si permette questo ragazzotto di rimproverarmi?
“Piantala, io con te non ci parlo, manco esisti per davvero.”
Ma come cavolo è che mi ritrovo a parlare con quello che ero, con un pezzo della mia memoria? A un certo punto si cresce, si cambia e basta. Sarà una manifestazione della crisi di mezza età, questa. Ti si presenta la tua versione dei vent’anni e comincia a chiederti conto di quello che hai fatto e ti domanda perché non sei più quello che eri. Ma ti pare? Ma che cosa vuole? Te la do io la spiegazione e ti assicuro che non ti piacerà nemmeno un po’.
Io ho dovuto crescere, costruire, provare a realizzare i tuoi sogni. Facile sognare, facile sperare e affidare la realizzazione di tutto all’adulto che verrà. Come se fosse la fenice che nasce delle tue ceneri. Come se fosse facile. IO ho concluso l’università, che se fosse stato per te, ancora saresti lì. TU giocavi alla vita, idiota, IO la vita l’ho vissuta. E questa cavolo di vita è stata un rosario di sacrifici per recuperare il tuo modo approssimativo e distratto di fare le cose.
“Ma che vuoi da me? Torna da dove sei venuto e lasciami prendere la pioggia in santa pace.”
Si siede sulla panchina accanto a me, ma non se ne va. Oggi è proprio una giornata di merda. Infilo una mano nel giaccone e prendo le sigarette. Ci vorrebbe anche del whisky, ma ho sempre ritenuto alcolizzati allo stadio terminale quelli che tengono in tasca la fiaschetta d’acciaio inox, per cui niente alcool. Io e i miei pregiudizi del cazzo, idiota che sono. La vuoterei d’un fiato la fiaschetta se l’avessi. Anche se fosse candeggina la berrei.
“Ancora fumi? Mica avevamo smesso?”
Rettifico: caccerei tutto in gola a lui! Fiaschetta e liquido, specie se fosse candeggina e non whisky. Il whisky non lo merita.
“Avevamo? IO ho smesso.”
“A vedere quel pacchetto non si direbbe.”
Il ‘mavvaffanculo’ mi limito a pensarlo, ma una voce mi si forma in testa, un pensiero fulmineo e fulminante, di nuovo non mio, e mi becco immediatamente il ‘ma-vacci-tu vecchio rimbambito’ di risposta.
Non è semplicemente seduto accanto a me.
È nella mia testa. Cazzo! Nella mia testa.
Cazzo!
Esci, subito, esci dai miei pensieri.
Cazzo, CAZZO!
Estraggo una sigaretta dal pacchetto pensando a come estirpare questa specie di dente cariato dal mio cranio. L’accendo a fatica perché la pioggerellina che ancora mi bagna la inumidisce quasi subito. Ma io ho il mio Zippo d’acciaio cromato. Ha un piccolo stemma al centro, un cerchio nero con una stellina rossa in basso, inscritta in una falce di luna bianca sovrastata da una scimitarra argentata. La benzina che lo alimenta resiste alla pioggia e sottomette il tabacco alla sua logica bruciante, puzzolente di stazione di servizio. La sigaretta si accende e riesco a fumarla, nervoso. È una metafora dei miei anni da adulto, una bionda umidiccia che brucia a fatica. Ma che, con molto impegno e costanza, fa quello che deve fare: si riduce in cenere e mi avvelena.
Fossero poi solo le sigarette ad avvelenarmi. Sono anni che vengo quotidianamente avvelenato dalle cose che succedono.
Era cominciata così bene.
Messo nel cassetto il folle inconcludente che mi siede accanto dopo aver definitivamente perso un sogno troppo bello e troppo grande, avevo cominciato a macinare risultati. Laurea, lavoro, il salto nel vuoto sulla metro che mi ha legato alla ragazza che mi avrebbe sposato dopo pochi anni.
Tutto secondo il copione socialmente accettato, con un ruolo chiaro e ben definito, con comportamenti e idee inquadrate nelle caselle giuste, tenendo in mano le cartelle della mia tombola personale, collezionando ambi e terni, forse anche qualcosa di più qualche volta. Mai tutto però, mai completato una cartella. Così pian piano è cresciuta l’acidità, è aumentata l’insofferenza, l’invidia sommessa per chi gridava ‘tombola’. Quante volte ho acquistato a carissimo prezzo nuove cartelle, e quante volte ho odiato chi arrivava prima di me a riempirle, costringendomi a ricominciare il gioco. Almeno tante quante altri, a cui andava peggio, hanno invidiato le mie cinquine e le quaterne.
Finché ci sono state.
Un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi è arrivato il destino a bussare alla porta. È un giocatore di poker, Texas Hold’em, non uno che si accontenta della tombola. Quella la lascia al banale scorrere del tempo.
Ha messo in vendita delle fiches nuove, lucenti, e io ci ho investito tutto me stesso. Ho venduto buona parte dei miei sogni per comprarle, ne ho giusto tenuti da parte un paio per non rimanere in mutande in caso avessi perso la partita. Eh sì, sono prudente io.
Le prime mani sono andate piuttosto bene.
Tanto lavoro, matrimonio, ancora lavoro, figli, ancora lavoro, sempre lavoro, troppo lavoro.
Poi boh, perdo una mano di quelle che fanno male.
Poi un’altra che di sicuro non mi fa bene.
E alla fine è arrivata anche quella mano bastarda nella quale ho una bella combinazione e vado ‘All In’, ma chissà come le carte coperte dell’avversario si combinano con quelle scoperte meglio delle mie. Arrivo al Turn pieno di carica e di speranza, so che la combinazione è critica e che il successo dipende da quell’ultima carta che ancora non è sul tavolo. Il dealer la prende dal mazzo e la gira.
E il River invece di darmi forza mi fotte.
Ho ancora qualcosa di solido in mano, ma non così solido come lo avrei voluto. Mormoro ‘purtroppo’ dentro di me, ma me la gioco lo stesso, come se tutto fosse perfetto. Del resto sono andato ‘All in’, che altro potrei fare? Mollare tutto qui senza nemmeno provarci? L’avversario vede e io capisco che l’ho fatta fuori dal vaso. Scopro le carte e ancora quasi quasi ci credo, di sicuro ancora ci spero. Dure a morire le illusioni.
Per darmi coraggio penso che lui non girerà le sue, abbandonerà, dai, abbandonerà.
Lo sguardo duro serve a poco. Invece di lasciare le sue due carte coperte facendole scivolare verso il dealer, le prende in mano e si toglie di dosso quella maledetta faccia da poker per vestire un sorriso beffardo, come a dirmi: ti ho beccato, pollo. Le scopre e non c’è più bisogno di aggiungere nulla. Il pollo è fritto.
Mi consolo pensando che certo, è il destino questo qui, mica si vince con questo pezzo di merda. Ma è una magra consolazione. Un niente, un niente di niente.
Me ne vado a testa bassa, mi do del cretino un numero imprecisabile di volte. Qualcosa in tasca per fortuna lo avevo tenuto. Sono scemo, si, ma non così scemo. O forse semplicemente ha fatto il suo dovere la prudenza che mio padre mi ha insegnato per una vita.
Così, con la coda tra le gambe, sono tornato alla tombola e ho ricominciato a bruciare cartelle per scaldarmi le mani, raccogliendo qualcosa ogni tanto che mi permettesse di continuare a giocare e che mi permettesse di ristabilire il circolo dell’invidia.
Ma è vita questa?
Che cazzo di vita è giocare a tombola sperando di vincere qualcosa che al massimo mi permette di berci su senza provare il senso di colpa che di solito mi provoca lo sprecare soldi in alcool?