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Identità

Atto VII

3 min di lettura

La scena vista da un passante, se ce ne fosse uno, sarebbe piuttosto curiosa.

Un uomo bagnato dalla testa ai piedi che urla come un pazzo tenendo una pistola puntata alla sua testa mentre con la mano libera afferra saldamente il collo del proprio giaccone.

Nella mia prospettiva distorta, invece, la pistola la punto alla fronte del mio io giovane, e gli urlo in faccia tenendolo per il bavero del Chiodo.

Vedendomi da fuori non ci sarebbe voluto uno strizzacervelli per diagnosticare un cortocircuito di quelli seri, da psichiatria di quella buona, di quella che ne richiede uno davvero bravo.

Vedendomi da fuori…

In effetti è proprio da fuori che mi piacerebbe vederla la scena, perché più ci penso e più mi convinco che io non sono né uno né l’altro di quei due lì che stanno litigando.

Sono un passante io, qui per caso, o quasi. Non mi interessa nulla di quelli: che si scannino pure.

"Spara, spara cretino, che così la smetti di urlare. Spara che almeno finisce tutto."

Io vorrei solamente rimettere le cose a posto, fare un po’ di ordine, ma quello più vecchio continua a gridare che adesso lo ammazza, e l’altro continua a ridere come un pazzo dicendo che non si può ammazzare un morto.

Che ordine devo fare poi, non lo so mica.

Vorrei solo passare oltre, andarmene.

So che ci sono cose che vanno messe a posto e ho questa sensazione di non saperlo fare, di non sapere come e forse nemmeno cosa vada sistemato.

Ma diamine, c’è un tale disordine che bisognerà pure cambiare qualcosa, bisognerà pure cominciare da qualche parte.

Ho bisogno di concentrarmi, di silenzio, di capire meglio la scena che vedo, perché ogni tanto mi sembra che ci siano due persone in piedi vicino alla panchina, e ogni tanto mi sembra che ce ne sia una sola che prima grida e poi ride e che tiene sempre una pistola in mano, puntata alla tempia.

E questa cosa non è possibile. È come se fossi di fronte ad un televisore impazzito che salta da un canale al successivo, e poi di nuovo al primo. Canali su cui ci sono due film con la stessa atmosfera, con un’inquadratura uguale, con la stessa pioggerellina merdosa, lo stesso posto fradicio e puzzolente di città, ma in uno ci sono due attori che recitano e nell’altro uno solo che fa la parte di entrambi.

Devo mettere ordine, mi sento soffocare. Sudo e ho i brividi. Calma, calma.

Ci vuole metodo, e io forse so come si fa. L’ho già fatto, forse. Si, perché mi ricordo: si, io so come si fa. Devo averlo già fatto per forza se no come farei a sapere così naturalmente come si deve fare.

Per comporre un puzzle senza immagini di riferimento si comincia dal bordo. Da lì si comincia per rimetterlo assieme: dal bordo. E per cominciare dal bordo per prima cosa si cercano i quattro angoli. Perché è dagli angoli che parte tutto, sono loro che danno le direzioni, sono loro i confini del bordo. I limiti del bordo, i confini del confine, quelli che limitano il limite, insomma. Si passano i pezzi a uno a uno, ribaltando quelli che mostrano il retro grigio-verde, cercando di raggrupparli già per macchie di colore e sperando che l’azzurro sia tutto cielo, e che non ci siano riflessi traditori in acque calme di mare o di lago. Che il rosso sia un fiore e il bianco siano nuvole. Te lo sogni un po` il puzzle mentre cerchi gli angoli e quando li trovi li metti da parte, e continui a raddrizzare i pezzi, a raggrupparli per macchie di colore. Te lo devi sognare perché anche quando li hai trovati gli angoli, se non hai nessun riferimento, dove li metti? Già, dove diavolo li metti?


Non ho mica la bussola! Dove diavolo li metto gli angoli quando li trovo? Come lo stabilisco il confine? E senza bordo, come capisco cosa c’è dentro, come ricostruisco le cose, come faccio a mettere ordine? E a sapere se è dritto? Eh, quello lo saprò solo dopo averne composto un bel po'. Fino ad allora sarà soltanto incertezza.


Intanto la vista oscilla e i due diventano uno e poi di nuovo due.

Ma la realtà non funziona così.

Di persone, o ce n’è una o ce ne sono due.

Quanti sono i pezzi del puzzle da mettere a posto?

Quanti sono quei due?

Quello o quelli?

In quanti siamo qui, adesso?

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