Memoria #4
di Myko Sagami
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La sera della monetina eravamo appena ragazzi, lei sedici e io quindici anni.
Era bella da non credere e io mi sentivo un rospo (beh, magari proprio un rospo, no. Comunque mi sentivo poco più di quello, nella scala del fascino). Le camminavo accanto riempiendo il tempo dicendo scemenze che la facevano ridere da matti, e quando rideva diventava ancora più bella.
Non è questione di gusto, davvero.
Era fatta di quella bellezza che piace a chiunque, naturalmente.
Mi pareva impossibile che avesse accettato di fare due passi da soli, io e lei, al Boschetto. Tra il mio fare il pagliaccio e le sue risate, siamo arrivati in fondo alla passeggiata, dove il nel parco che costeggia la foce della Tresa fino a che finisce nel lago viene interrotto dal San Giovanni (un torrente melmoso in inverno, secco in estate e in piena appena piove un po’ di più). Si era appoggiata alla ringhiera che dà sul lago, e io mi ero messo davanti a lei. I suoi occhi, nel buio, riflettevano la luce dei lampioni, sembravano pieni di stelle ma erano persi dietro a chissà quali pensieri.
Ho preso il dieci lire dal taschino dei pantaloni senza nemmeno pensarci.
“Lo vorrei comprare.”
Mi ha guardato stupita emergendo da dove si era cacciata, probabilmente aspettandosi un’altra delle mie scemenze: “Cosa vorresti comprare?”
Invece ero bello serio. “Il tuo pensiero, quello che hai fatto ora.”
Non avevo mai visto Marina arrossire e, data la penombra, non sono nemmeno così sicuro che fosse arrossita davvero, ma mi piace pensare che sia andata così. Quel che è certo è che ha abbassato lo sguardo. “Come fai a comprare un pensiero, dai!”
“Lo pago, ovviamente: non sai che anche i pensieri hanno un prezzo? Costano dieci lire l’uno. Non di più, non di meno. Dieci lire esatte.”
Le ho detto così porgendole la monetina nella mano aperta che intanto avevo messo nella giusta posizione, di fronte a lei. Ho visto l’ombra di un sorriso formarsi appena sotto i suoi zigomi. Ha allungato la dita passandole delicate sul palmo della mano e ha preso quel pezzetto di lega d’alluminio tra pollice e indice, tenendolo davanti agli occhi in una parantesi di silenzio, persa, di nuovo lontano. Poi ha stretto la moneta nel pugno e mi ha regalato uno sguardo intenso, raggiungendo subito quella parte di me che non concedo a nessuno.
Mi ha raccontato un desiderio d’amore, di carezze e di baci, che si era poi trasformato in un dolore profondo, in paura di soffrire. Mi ha detto che avrebbe voluto che il suo desiderio si realizzasse prima di tornare alla vita di sempre, questa volta però senza dolore e senza catene. Solo carezze e baci, per andare fino dove l’amore avrebbe voluto.
Io l'ho guardata con addosso l’espressione più idiota e sognante che abbia avuto fino a quel momento, senza più parole da dire perché sono troppe quelle che straripavano dall’alveo dei miei pensieri. Ho provato a scappare da quel flusso agitato, ho fatto un respiro profondo, silenzioso, ho acchiappato tre concetti in croce e li ho infilati nel caricatore delle cretinate, ho inserito il caricatore in gola, ho tolto la sicura ma proprio prima di premere il grilletto della banalità Marina mi ha fulminato: “Voglio comprare questo tuo pensiero. E non fare il furbo, proprio questo, quindi non inventare.”
Mi ho passato il dieci lire con un sorriso beffardo e compiaciuto.
Ho fatto appena in tempo a pensare due parolacce che ha aggiunto: “Guarda che mi accorgo se racconti palle. Tu non sai mentire.”
Touché.
Altre due parolacce, sempre uguali ma questa volta maiuscole, hanno attraversato come un lampo la mia fronte, che per la sorpresa si è imperlata di sudore. Ero con le spalle al muro.
“Allora,” ha insistito, “hai un’espressione che non so se sia ridicola o preoccupante.”
Ho preso coraggio, ho dato inizio al ballo.
“Vorrei essere io a realizzare il tuo desiderio.”
Non sono riuscito a dire altro.
Attorno a noi c'era un vento leggero, profumo di lago e di erba, l’odore amarognolo delle betulle. Non c'erano altre persone, eravamo solo io e lei. C’era anche la musica da brivido degli Psychedelic Furs impegnati nella loro Heaven che forse proveniva dal jukebox del campeggio lì vicino.
O forse, più probabilmente, da noi.