Atto IV
di Myko Sagami
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“Si, è andata così. Le cose cominciano sempre in modo imprevedibile, incomprensibile. Un momento prima tutto sembra perso, instabile, pronto a crollare, e poi si aggiusta come per magia.”
Come in una partita di Othello, quando la scacchiera è quasi tutta del colore sbagliato e con poche pedine ne giri tante, vincendola.
La tattica dell’intuito inganna, cercare di avere tanto rende difficile fare mosse, al limite le blocca completamente. Così un disastro apparente si trasforma in una vittoria.
Capita anche con il Go, anche se questo l’ho imparato più tardi.
Snoccioli pietre sulla scacchiera, colleghi, giostri il vuoto e il pieno. Il vuoto è più importante del pieno ma l’istinto si concentra sempre sul pieno, su quello che crede di conoscere meglio.
Disponi le pietre agli incroci delle linee di un reticolo regolare, generando confini irregolari, cerchi la vita, sfuggi alla morte.
Combatti collaborando, attacchi e ti difendi nella corsa per la cattura, fino a che produci due occhi, due aree che rendono un gruppo di pietre inattaccabile.
Così la geografia delle pietre diventa stabile, una difesa disperata che si trasforma in un successo.
È iniziata così, passando da una vita senza dio a una quasi senza io, intrappolato in una geografia stabile di pietre immutabili, con poche libertà. Gruppi che restano vivi, inattaccabili.
E il resto del goban in seki, quell’equilibrio che si ha quando due gruppi vivi di pietre condividono libertà che nessuno dei due può usare a proprio favore senza causare la propria fine, senza suicidarsi.
Una stasi, dinamica nella struttura, bloccata dal possibile effetto domino che usare la libertà causerebbe.
Una sorta di simbiosi, di mutua dipendenza, di animazione sospesa.