V
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Dove si narra come “sternocleidomastoideo”, “petaloso” e “pterodattilo mansueto” siano parole sintomatiche e non solo dal bel suono.
Publio si trovava in un luogo scuro, una cantina a forma di grotta, con una specie di altare in marmo, decorato da bassorilievi raffiguranti Ercole che sconfiggeva il gigante Caco, appoggiato alla parte più lontana. Di fronte aveva un coetaneo, dallo sguardo severo, barbuto, con folta capigliatura e che teneva in mano uno scettro. Accanto all’uomo maturo ce n’era uno giovane, sulla trentina, capelli biondi ed occhi verdi vispi. Era completamente nudo e raggomitolato in terra su se stesso. Si teneva il ventre con le mani, come se avesse un fortissimo mal di pancia e si lamentava mormorando in un italiano strano, arcaico: «Ahi, miserello me, le viscere mie» e cantilene del genere.
«E così tu saresti il nuovo custode della Clavis?» gli chiese l’uomo con lo scettro e Publio annuì.
«Posso avere l’onore di conoscere il tuo nome?»
«Publio Potizi, in arte Atto Navio.»
«Quell’Atto Navio?»
«Sì.»
«Eravate spariti da un po’, voi custodi. A saperlo non avrei montato tutto questo casino.»
«Hai infranto la Lex inferi. Così metti a rischio Roma.»
« Piano, piano mio caro. Sei appena entrato a far parte del backup e già fai il passo più lungo della gamba. Dovresti sapere che il nostro backup è basato sulla Ius, sul diritto. Le tue sono accuse pesanti. Che prove hai?»
Senza dargli il tempo di reagire, Publio estrasse il lituo e lo poggiò sulla testa dell’uomo pronunciando la frase: «Mentem aperio». Ed ebbe accesso alla sua memoria.
✤✤✤
Nella visione, era ancora nello stesso luogo, ma qualche ora indietro. Stavolta, al posto dell’uomo in terra c’era Postvorta che prendeva una scatola da scarpe dalle mani dell’uomo anziano.
«Per me?»
«Certo. So delle tua passione per le scarpe e allora...»
«Non dovevi disturbarti» disse aprendo le scatola e trovandosi di fronte il più bello spettacolo del mondo: un paio di décolletè rosse tacco dodici.
Gettò via quelle che portava ai piedi e le mise subito, ma si dovette fermare perché una spilla all’interno della scarpa destra la punse, facendole uscire qualche goccia di sangue. L’uomo lo raccolse con la punta dello scettro e lo versò sull’altare. Il sangue andò a riempire gli interstizi dei bassorilievi e la parete, a cui era poggiato l’altare, si aprì come una porta, dal quale uscì un insolito vento dall’odore di decomposizione.
«Ma che cazzo...» non riuscì a terminare la frase Postvorta, ché un’ombra uscì a fatica e strisciando. Era l’uomo che Publio aveva visto poco prima. Lo spettacolo era davvero disgustoso. Strisciava nudo sulle proprie interiora, che fuoriuscivano dal corpo lacerato in due, come se fosse stato squartato, in un’oscena immagine da lumaca scappata dall’oltretomba.
L’uomo poggiò lo scettro sull’ammasso macilente e pronunciò una frase in latino: «Solutus ab inferis servus meus». L’aveva legato completamente al proprio volere. Si era appena fabbricato uno schiavo.
La frase ebbe l’effetto di una medicina potentissima, perché l’ombra cominciò ad assumere consistenza e divenne velocemente sempre meno trasparente. Dalle due parti separate del corpo, cominciarono a generarsi delle fibre di tessuto, che si univano con quelle generate dalla parte opposte, in un processo di guarigione miracolosa, durante la quale anche le interiora riprendevano velocemente il proprio posto all’interno del corpo.
«Mi hai fregata» disse disperata Postvorta «Così sembrerà che l’abbia aperta io.»
«Esatto amica mia.»
Postvorta fece per andarsene, ma l’uomo anziano le bloccò la strada alle scale.
«No cara, devi rimanere. Le regole sono chiare. Prima il reato e poi la punizione.»
Postvorta, che non era affatto un tipetto remissivo, piazzò un perfetto calcio ai genitali dell’uomo, che si accasciò in terra come un sacco di fave.
L’odore di marcio aumentò e dalla porta uscì Cerbero nella propria forma di cane a tre teste, ricoperto di velenosissimi serpenti e con la coda da drago. Annusò il sangue sull’altare, quindi fissò Postvorta, che ebbe la forza di saltare il corpo dell’uomo con lo scettro e correre su per le scale.
L’uomo si alzò in piedi e fu la fortuna di Postvorta, perché Cerbero gli urtò contro e, prima di divincolarsi, diede il tempo alla ragazza di mettere un po’ di spazio tra di loro.
✤✤✤
Finita la visione di Publio, i due si guardano in cagnesco e Publio gli chiese: «Perché?»
«Mi serviva uno schiavo che cercasse la Clavis per me.»
«Porterai solo morte.»
«Puoi evitarlo. Dammela tu» rispose l’anziano puntandogli contro lo scettro «Mentem aperio.»
Publio però si dimostrò un osso più duro del previsto e disegnando in aria un templum con il lituo, riuscì a creare uno scudo che riusciva a respingere a fatica la forza dello scettro. La resistenza durò ben poco e l’energia dello scettro riuscì ad intrufolarsi nella testa di Publio, entrando dal naso, come il fumo di una sigaretta.
Combattè Publio, con tutte le forze che il suo corpo di sessantasettenne gli consentivano, ma dopo qualche minuto capì che non avrebbe resistito a lungo ed avrebbe dovuto rivelargli dove si trovava la Clavis di cui era il custode e che sarebbe aspettato poi ad Æmilia continuare a custodire. C’era pochissimo tempo e doveva fare qualcosa in fretta. E allora decise. Rivolse il lituo contro se stesso e pronunciò la frase che, in informatica coincide al comando “format C:”, il comando per cancellare i dati sull’Hard Disk.
«Memoriam deleo» disse solennemente e la parte di memoria dove era conservata l’ubicazione della Clavis, sparì per sempre ed insieme a lei anche una parte del cervello, che lo rese, diciamo così, un tantino ebete, come se avesse appena subito una lobotomia ed infatti cominciò a ridere come un idiota e a ripetere ossessivamente e senza soluzione di continuità la sequenza di parole “Sternocleidomastoideo”, “petaloso” e “pterodattilo mansueto”, affascinato dal suono che producevano.
Sulle prima l’uomo con lo scettro si rabbuiò, ma poi riprese la calma.
«Nessun problema» disse sedendosi, carezzando la testa dell’uomo nudo che si stava lentamente riprendendo «Esistono altre strade. Ho tutto il tempo che voglio e anche il personale adatto.»
Poi prese un pezzo di salame e si versò un bicchiere di vino. Non sapeva ancora dove si trovasse la Clavis, ma le cose stavano procedendo bene. Cerbero aveva fatto fuori Postvorta, che avrebbe potuto sputtanarlo, e Atto Navio non era più una minaccia.
«Vuoi?» chiese a Publio allungandogli il bicchiere di vino.
«Sternocleidomastoideo, petaloso, pterodattilo mansueto» gli rispose sorridendo nello stesso modo ebete in cui aveva visto sorridere quel Bruto, che aveva cacciato i Tarquini per sempre da Roma.