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4 min di lettura

Dove si spiega che è evidente che non si dovrebbe mai scappare calzando décolletè tacco dodici, soprattutto se il vento è più pericoloso del solito. 


Roma, 1991.


Quel gennaio era iniziato con un freddo record e la ragazza, dai capelli nero corvino e occhi da cerbiatta, impaurita e vestita con gran gusto e gran spesa, correva a perdifiato, imbacuccata nella pelliccia di visone e aggrappata alla borsetta di Fendi. Correva e non perdeva di vista le scarpe nuove, décolletè rosse tacco dodici, che non erano certo pensate per il footing e rischiavano di rovinarsi. Perché perdeva tempo a pensare alle scarpe? Era colpa loro se adesso si trovava in quella spiacevole situazione. Maledetta mania dell’ordine. Maledetta pignoleria. Il fiatone le usciva dalla bocca a spruzzi di vapore, proprio come il fumo delle sue amate Marlboro rosse. Dalla resistenza dei suoi polmoni dipendeva la sua vita e nell’ultimo cinquantennio quella resistenza aveva subito un drastico calo. Maledette sigarette. Era dalla fine della seconda guerra mondiale che aveva iniziato a fumare e, da allora, ogni anno si riprometteva di smettere. Col vino aveva smesso nel quarti secolo dopo Cristo, quando aveva scoperto che le rovinava la pelle, ma con le sigarette era più difficile. Il fidanzato le diceva che le marciva l’alito e qualche volta aveva anche deciso di non scoparla per quel motivo. Certo non sono cose carine da dire ad una donna, ma di lasciarlo non se ne parlava, perché trovare un altro Fauno ingrifato come lui era impossibile. E proprio lui doveva raggiungere, per raccontargli quello che aveva visto. Quello che quel maledetto l’aveva costretta a fare con l’inganno. Fauno gliel’avrebbe fatta pagare a quel bastardo, che era riuscito a tenere nascoste le sue intenzioni per tutti quegli anni. Il lavorare ai piani alti non gli avrebbe salvato il culo dai tre giudici. L’aveva fatta tropo grossa stavolta. Fauno avrebbe rimesso le cose a posto, ma prima doveva riuscire a raggiungerlo e con quel mostro alle calcagna ed il fiato corto, non era affatto scontato. Se stavolta ne usciva viva, basta con le sigarette. Correva il più velocemente che gli consentivano le scarpe e si voltava di continuo a controllare.

Svoltò l’angolo del vicoletto e si trovò di fronte Campo de’ fiori, dove quattro secoli prima aveva assistito al simpatico barbecue del domenicano pazzo che blaterava di infiniti mondi e si incazzava con la Chiesa. Che spreco di fatica incazzarsi con la Chiesa. Mettersi contro i nero vestiti non faceva decisamente bene alla salute.

Erano le dieci di mattina e, come ogni mattina, la piazza straripava di mercato e della sua sinfonia colorata di voci, che intonavano inviti ad acquistare, che da secoli avevano anticipato il marketing emozionale.

«’Nnamo donne che me faccio vecchio.»

«’Nnamo donne che ’ste arance so’ capocce de ragazzino.»

Per arrivare alla sua Fiat Uno bianca doveva guadare quel fiume di persone. Stavolta quel vecchio rincoglionito e puzzolente di Caronte, che capisce solo i soldi, le avrebbe fatto davvero comodo.

All’improvviso accadde qualcosa di insolito per Roma. Il cielo si oscurò e cominciò ad annodarsi su se stesso come un lenzuolo appena tirato fuori dalla lavatrice. Come se un’invisibile maestra avesse fatto segno di fare silenzio, la piazza cadde in un’assenza di suoni irreale. Pareva che quella corsa verso la morte, che è la vita, avesse deciso di fermarsi a prendere un pezzo di pizza rossa al forno all’angolo. Dalla bocca al centro del nodo buio del cielo, cominciò a spirare uno strano vento, come Zefiro nella primavera di Botticelli. Un vento irreale, da film di Fellini e solo la ragazza sembrava non farci caso. Il vento aumentò d’intensità rapidamente e la piazza si divise in due, metà col naso all’insù verso la tromba d’aria e metà, i commercianti, che tentavano di salvare il salvabile dal carosello di oggetti che il vento aveva iniziato a spingere come una ruota della sfortuna. 

Fu proprio una sogliola di un banco di pesce a finirle in faccia e a farla cadere. Da terra vide che il mostro la stava raggiungendo. Si alzò in fretta, si tolse le scarpe, per paura di rovinarle e raggiunse la FIAT Uno. Il panico le afferrò lo stomaco quando, come sempre, non riuscì a trovare le chiave in quella sua borsetta di Fendi maledetta. A cosa ti serve spendere due milioni e mezzo per una borsetta se, quando ti insegue un mostro, non riesci a trovare al volo il fottutissimo mazzo di chiavi che ti salverebbe la vita? Non voleva essere la prima nella storia della sua razza a morire di moda e buon gusto, ma se non riusciva a trovare quelle cazzo di chiavi, sarebbe accaduto ben presto, perché il mostro la stava puntando e si stava avvicinando a grandi falcate.
Superando la paura di rompersi un unghia, afferrò la portiera e la sradicò dai cardini con una forza sovrumana, ma nessuno se ne accorse, perché erano tutti impegnati a cercare rifugio dalla tromba d’aria, o a salvare il salvabile dal bancone. E fu per questo che nessuno fece caso a lei, una ragazza sui trent’anni che scappava in una FIAT Uno bianca senza lo sportello del lato del guidatore, inseguita da un chiuaua ringhiante, che non accennava a perdere terreno.


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