III
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Dove si narra come anche dentro qualcosa di molto piccolo si possa nascondere un pericolo molto, ma molto grande.
Il cielo era talmente oscurato, da sembrare notte, quando la FIAT Uno frenò lasciando metà dei copertoni sui sampietrini, di fronte all’entrata del centro sociale Villaggio globale.
Postvorta mise le décolletè rosse tacco dodici dentro la borsetta di Fendi, facendo molto attenzione a non rovinarle, quindi scese dall’automobile, proprio mentre in lontananza il chihuahua ringhiante, appena lasciato ponte Testaccio, faceva la propria apparizione su lungotevere Testaccio. Correva quel dannato, eccome se correva e sulla sua strada non incontrava nessuno, per via della tromba d’aria che stava flagellando le strade di Roma.
La ragazza entrò di corsa nel cortile del centro sociale, dove Fauno la vide e le corse incontro.
«Postvorta, amore mio, che succede?» le chiese con la zeppola aumentata dalla tensione.
«Mi ha fregata» rispose la ragazza, correndogli incontro.
«Chi ti ha fregata?»
Postvorta non fece in tempo a rispondere. Il chihuahua l’aveva raggiunta al centro del cortile. Anche Conso ed Opi erano adesso nel cortile.
Appena la tromba d’aria si si unì alla scena, trascinandosi dietro un carosello di oggetti volanti, il chihuahua si trasformò in un enorme quadrupede, grosso quanto un toro, con tre teste da dobermann incazzati e la coda di drago. Anziché di peli, il corpo si riempì di velenosissimi serpenti, che ad ogni latrato si rizzavano, facendo sibilare le proprie orrende lingue.
«Ci si rivede» disse Fauno trasformandosi anche lui «Era un po’ che non ci si vedeva, tipo qualche secolo.»
Le gambe di Fauno diventarono zampe di capra, strappando i costosissimi stivali da cowboy. Sulla testa gli apparvero dei piccoli corni e si mise di fronte a Postvorta, per proteggerla.
Maria da Centocelle, che era tornata per chiedere come avrebbe fatto a riconoscere quello che l’avrebbe ingravidata, rimase ferma a bocca aperta, paralizzata dalla paura, ad assistere alla trasformazione di Vertumno che assunse una forma assurda: il viso gli si riempì letteralmente di frutta. Il naso era diventato una pera, gli occhi ciliegie. Pareva una macedonia ambulante. Ma questa forma durò pochissimo, perché i vestiti gli si lacerarono sotto la pressione del nuovo corpo che stava assumendo, quello di un enorme gorilla.
Anche Conso e Opi si trasformarono, ma in una forma meno inquietante. Sembravano due dèi romani, con tanto di tunichetta a la Atto Navio. Conso non era giù segaligno, ma muscoloso come Arnold Schwarzenegger ed Opi sembrava Monica Bellucci dei bei tempi ed aveva in mano una cornucopia.
Cerbero era adesso circondato da divinità minori latine e questo ammetto che non è cosa che accada molto frequentemente, o almeno sono cose che uno tenderebbe a ricordare per tutta la vita, come accadde a Maria da Centocelle, condannata a non essere creduta da nessuno.
Il cane fece un balzo vero Postvorta, al che Opi gli sparò contro, usando la cornucopia come una specie di bazooka, delle sfere di fuoco. I serpenti sul dorso di Cerbero si mangiarono le sfere di fuoco con il solo fastidio che si ha mandando giù uno bicchierino di whiskey ed infatti qualcuno di loro ruttò pure soddisfatto. Una delle tre teste ebbe anche il tempo di spaccare con un morso la cornucopia, che smise di funzionare.
Conso, che era una divinità della terra, impose le mani verso il suolo, dal quale si sollevò un muro di terra che avrebbe dovuto interrompere il salto di Cerbero, ma quello lo trapassò come se fosse fatto della carta dei separè dei ristoranti giapponesi.
Vertumno-gorilla e Fauno si gettarlo conto il mostruoso quadrupede, che però li fece saltare in aria con un’energica codata da drago. Vertumno cadde sbattendo la testa e si rialzò lentamente, ma a Fauno andò peggio, perché finì trafitto da un tubo del gas.
La strada verso Postvorta era libera e Cerbero la percorse nel tempo che la ragazza stringesse la borsa al petto per proteggerla.
«La borsetta di Fendi no» fu l’ultima cosa che disse in quella incarnazione, prima che Cerbero le staccasse la testa con il morso della testa centrale e le altre due controllavano che gli altri non si avvicinassero. La sputò in terra, vicino al corpo, dal cui collo il sangue usciva a pressione, agli intervalli cadenzati di quello che rimaneva del battito cardiaco della ragazza. Un brutto film horror di serie B. Uno splatter da due soldi, questo era quello a cui continuava ad assistere Maria da Centocelle, gelata dal panico.
Cerbero si voltò verso gli altri ed emise tre ululati bestiali all’unisono, a cui seguì immediatamente la fine della tromba d’aria.
Il cielo si era aperto ed era tornato ad essere una fredda, ma limpida giornata d’inizio anno romano, quando un chihuahua trotterellante di soddisfazione varcò la porta del cortile del centro sociale e sparì dalla vista.
Per poco non vomitò Maria da Centocelle, quando vide Fauno, ancora con il tubo spezzato che gli trafiggeva il torace, correre a prendere la testa recisa e portarla alla bocca. Maria credeva di star assistendo alla perversione di uno che si eccitava coi morti. Ne aveva sentite tante, che non si sarebbe meravigliata. Sua cugina Nina Proietti, che di mestiere faceva il rispettabile mestiere della mignotta, ma adorava il rock indipendente, le aveva raccontato di clienti che si arrapavano solo se lei le defecava addosso, altri solo se lei si fingeva morta dentro una cassa da morto. Ed erano quelli che pagavano meglio. Tutta gente rispettabile, che abitava a Prati o Parioli, mica coatti squattrinati e ignoranti di Primavalle o Centocelle. In realtà Fauno stava aspirando di nascosto l’anima dell’amata Postvorta, in attesa di poterla risoffiare nel copro di qualcun’altra. Sapeva che trovare qualcuna che accettasse di sostituire la propria anima con quella di Postvorta era difficile, quasi impossibile, anche perché poteva trattenere solo per qualche ora nei proprio polmoni, tra l’altro adesso pure bucati, ma almeno avrebbe tentato. Non poteva rassegnarsi all’idea di perderla per sempre.
Quando a Maria da Centocelle cadde la borsetta, si voltarono tutti verso di lei.
«Non ho visto niente!» ebbe solo la forza di dire, mentre a Fauno dell’amata non rimanevano che un paio di décolletè rosse tacco dodici.