II
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Dove si narra di strani cocktail, misteriosi tatuaggi e bizzarre atri divinatorie e di come a non far attenzione a dove si parcheggia possa essere molto pericoloso.
«Ciao Atto Navio, sono Maria da Centocelle. M’ha detto mi’ cugina Nina Proietti che ce becchi co’ l’indovinazioni e volevo sape’ se troverò l’omo che m’ingravida quest’anno?» domandò una sgallettata ventenne più carica di trucco del carrozzone dei clown del circo Medrano.
Per amor del vero, l’uomo dall’altra parte della scrivania, coperta con un tappeto ed oggetti dall’aspetto simil antico romano, era altrettanto ridicolo nella sua tunichetta da antico romano, che gli lasciavano scoperte le gambette secche e pelose da sessantenne, con la calvizie galoppante. Fece segno alla ragazza di sedersi sullo sgabello di fronte a lui, nella stanza in penombra.
«Maria lascia che Atto Navio usi il lituo per creare un templum» disse in terza persona, per aumentare il senso di autorità e afferrò dalla scrivania un bastone ricurvo in cima, simile al pastorale, il bastone curvo che usano i vescovi. Era uno strumento di culto nell’antica Roma, già in uso presso popoli come gli etruschi e i latini ed era usato dagli àuguri, specie di sacerdoti antichi, per marcare uno spazio rituale nel cielo, creando così un templum. Il passaggio degli uccelli attraverso il templum indicava se una determinata azione era gradita agli dèi.
Atto Navio aprì la finestra, dal quale entrò il gelo, e con il lituo disegnò un immaginario quadrato nell’aria, mentre si meravigliava del cielo, che si faceva scuro e minaccioso. Qualcosa nel backup stava andando storto, perché eventi atmosferici del genere si verificavano a Roma solo quando l’equilibrio era in pericolo.
«Cazzochefreddodimmerda» disse poeticamente Maria di Centocelle, mentre Atto Navio era caduto in una specie di trans e ripeteva ossessivamente: «Iove adiuvat me aves specere».
Dopo qualche minuto di silenzio, durante il quale più volte Maria di Centocelle fu tentata di toccare Atto Navio per sincerarsi che fosse ancora vivo, l’uomo si riprese, chiuse la finestra e tornò al proprio posto.
«Atto Navio Proditor, colui che rivela, àugure dai tempi di Tarquinio Prisco, ti rivela che le tue intenzioni potranno essere realizzate.»
«Quindi vado tranquilla?»
«Vai.»
La ragazza si alzò e stava per andarsene.
«’Ndo vai?»
«M’hai detto che che potevo anna’.»
«Ma prima devi paga’.»
«Pago a te?»
Atto Navio batté le mani e alla porta apparvero il segaligno trentenne Conso e la sua obesa compagna altrettanto trentenne Opi.
«Seguili. Atto Navio non si occupa di denaro.»
«Ah… me pareva» rispose Maria di Centocelle, alzandosi e raggiungendo i due.
Rimasto solo, Atto Navio accese la luce e lo raggiunse Fauno, il capo del Centro Sociale Villaggio Globale, che ospitava la sua professione, che agli occhi della plebe sarebbe stata definita “appioppare le sòle”, cioè truffare il prossimo spacciandosi per mago. Fauno era un trentenne di bell’aspetto, alto e slanciato, con gli occhi neri grandi e furbi, i capelli tenuti da una coda di cavallo ed il corpo tonico ed atletico fasciato da un completo di Armani e stivali da cowboy.
Atto Navio aveva finito di cambiarsi, riassumendo i panni di Publio Potizi, ex primario di chirurgia dell’ospedale Santo Spirito di Roma, appena andato in pensione, dopo un incidente sul lavoro.
«Certo che a vederti con la tunichetta nessuno immaginerebbe chi sei veramente» gli disse Fauno con la zeppola, il difetto di pronuncia che lo rendeva simpatico e tanto attraente alle donne.
«Senti chi parla» rispose Publio finendo di sistemarsi la cravatta.
«Le apparenze ingannano amico mio» rispose l’altro.
«Eccome se ingannano» rispose Publio abbracciando l’amico «A quanto siamo?»
«Ci dai una bella mano, ma serve di più per mantenere questo posto.»
«Faccio fatica a convincere Conso ed Opi cdi smetterla con le rapine» disse Vertumno, un bel ragazzo moro, dal fisico slanciato ed asciutto, che si contendeva le belle ragazze del Centro sociale con Fauno.
«Amico mio, ne abbiamo già parlato» rispose Publio «Ho scoperto chi sono e quale è il mio compito ed intendo portarlo a termine. Ut sint unum. Dobbiamo esser una cosa sola.»
«Ti ho promesso che ti avrei aiutato e la mia band sarà sempre a tua disposizione per rimediare i soldi per maniere in piedi questa baracca.»
«È un po’ che lo dici, ma questa band ancora non la vedo» disse sarcastico Fauno.
«Ci manca solo il nome e poi partiamo.»
«Dobbiamo conquistare la città, prima che lo facciano loro e per farlo dobbiamo crearci l’immagine di un movimento pulito. Coi soldi dobbiamo creare un partito e deve essere come quello che vendono porta a porta. Chiamarlo con un nome facile da ricordare, qualcosa tipo Forza Italia» disse Publio.
«Nessuno voterebbe un partito che si chiama come un coro allo stadio» rispose secco Fauno.
«Io pensavo più a qualcosa che metta insieme passato, presente e futuro» rispose Publio.
«Le tre stelle che ci guidano. Mi piace» disse Vertumno.
«E dovrebbe anche far capire che diciamo basta con i vecchi partiti» fece Fauno.
«Esatto» rispose Publio «Qualcosa tipo… tipo un Movimento.»
«Movimento a tre stelle. Vi piace?» chiese Vertumno.
«Na…» fece Fauno «Nessuno voterebbe una cosa che sembra la recensione di un albergo.»
«Ci devo pensare» rispose Publio.
La discussione fu troncata dall’arrivo improvviso di Æmilia, la nipotina di quattro anni di Publio e dietro a lei Opi, che obesa com’era, non era riuscita a starle dietro. Æmilia aveva i capelli neri e lucidi a caschetto, come a Valentina di Crepax, ed aveva un neo sul nasinoo, che le attirava l’attenzione quando arricciava il naso, come le accadeva spesso. Una faccetta furbetta da soffocare di baci.
«Piccola streghetta» le disse la donna, mentre la bambina nel correre urtò contro la scrivania e un portacenere di marmo le stava per cadere sulla testa. Vertumno si mosse con una velocità al di là delle possibilità umane e prese la bambina tra le braccia.
«Se lo sapessero i suoi genitori…» disse Publio prendendola in braccio preoccupatissimo «Neanche vogliono che passi del tempo con me, figuriamoci se sapessero che la porto qui. Ma deve abituarsi a voi e al compito che l’aspetta da grande. Devo addestrarla.»
«Come hai fatto a portarla qui allora?» chiese Fauno mentre Vertumno le faceva il giochino di farle sparire il naso e la bambina rideva di felicità pura.
«Ho corrotto la baby sitter.»
Il figlio Ennio era medico chirurgo all’ospedale Santo Spirito, piazzato da lui stesso e la moglie Laura lavorava in banca. Anche volendo non potevano capire la sua missione. Neanche lui l’avrebbe mai capita prima dell’incidente sul lavoro. Durante un’operazione, una delle grosse lampade del soffitto, a causa della mancata manutenzione, per la cronica assenza di fondi, si era staccata dal soffitto e l’aveva colpito in testa. Aveva avuto quella che in gergo tecnico si chiama NDE (Near Death Experiences), esperienze di pre-morte. Da medico aveva sempre creduto che si trattasse di suggestioni, spiegabili con le condizioni biochimiche in cui si viene a trovare il cervello in quelle situazioni estreme, ma poi gli era capitata personalmente e tutto era cambiato. Si ricordava tutto per filo e per segno della sua NDE.
✤✤✤
Era arrivato di fronte ad un fiume dove un vecchio vestito da marinaio, che sembrava Popeye, gli aveva chiesto del denaro per salire sul suo traghetto a motore, piuttosto trasandato. Non avendone, si era messo a parlare con una bellissima ragazza dalla pelle scura e i capelli riccioluti ed un paio di tettine che puntavano a nord meglio di una bussola, da far resuscitare pure il faraone Akhenaton, il papà di Tutankhamon, per intenderci. La ragazza preparava cocktail in un chioschetto per le anime che erano in attesa di prendere il traghetto. L’insegna del chiosco si illuminava ad intermittenza e aveva la scritta “Ut sint unum”.
«Ce n’hai messo di tempo» gli aveva chiesto la ragazza, mentre non si fermava mai di preparare cocktail dai colori inquietanti.
«Chi sei? Cosa vuoi da me?»
«Piacere Euridice. Devi fare il custode della Clavis, come i tuoi antenati Potizi.»
«Ma tu non esisti.»
«Questo esiste?» gli aveva detto la ragazza assestandogli uno sganassone con lo shaker, da record europeo indoor.
«Ahi.»
«La faccio corta, perché ho una marea di cocktail da fare. Guarda che cazzo di fila. Qualche tempo fa, su ordine degli dèi, Ercole ha costruito l’Ara Maxima.»
«E perché?»
Pim! Un altro sganassone.
«Nessuno si chiede perché il Big Bang. Perché è così e basta» e gli porse un cocktail dal sapore disgustoso, di colore rosso «Ti piace?»
«Buonissimo» aveva mentito.
«Stranissimo, perché sono secoli che non ne azzecco uno. Sanno tutti di merda. Ma li bevono tutti senza fiatare. D’altronde vedi altri chioschi in giro? Insomma, se nell’Ara Maxima infili la Clavis, si aprono le porte del Tartaro per sempre.»
«Ed è un male?»
Pum! Altro sganassone e altro giro di cocktail disgustoso, stavolta verde.
«Che cazzo ne so. Credo di sì. Certi equilibri non vanno toccati. Ma io faccio i cocktail io, mica le regole. So solo che agli dèi questa cosa gli fa saltare la mosca al naso e per questo Ercole ha nominato la tua famiglia, i Potizi, custodi dell’Ara.»
«E perché nessuno della mia famiglia me l’ha mai detto?»
Pam! Altro sganassone e altro giro di cocktail disgustoso, stavolta giallo.
«Perché il cristianesimo prima e la scienza dopo, ne hanno fatto perdere la memoria. Per carità in cambio adesso avete gli antibiotici, ma anche quando regnava il backup non era male.»
«Backup?» aveva chiesto preparandosi all’ennesimo sganassone, che stavolta non era arrivato.
«Sì il backup, come lo chiamano adesso. La memoria di Roma. Tutto il mischione di dèi maggiori e minori, noi che viviamo qui sotto, voi che vivete sopra, insomma tutto quello che fa di Roma quello che è. Quella roba che Enea ha portato da Troia, coi Lari e i Penati» e gli aveva dato l’ennesimo sganassone, stavolta a tradimento e senza cocktail «Credo che qualcuno dei piani alti tema che il backup sia in pericolo e mi hanno incaricato di avvisarti.»
«Quindi l’incidente che ho avuto non è un caso.»
«Il caso non esiste. È l’etichetta che si mette alla vita quando non si riesce a piegarla a proprio favore» e si era zittita un attimo e aveva tirato fuori un quadernino, dove aveva iniziato a scrivere veloce.
«Che fai?»
«Me le segno tutte queste perle che mi escono come le scoregge a primavera, così poi le posto su Facebook e giù like a rotta di collo» aveva risposto, riprendendo a servire gli avventori «Insomma accetti di custodire la Clavis e l’Ara Maxima e di proteggere il backup e riunire gli dèi minuti e tutta quella roba lì che piace tanto ai malati di romanzi fantasy? In fretta però che c’avrei pure i cazzi miei da fare.»
«Ma io…»
«Ma io un cazzo» e gli diede da bere un ultimo cocktail marrone come la merda del sapore che aveva. Appena mandato giù, ebbe come un flash, di quelli che si racconta che sia abbiano un attimo prima di morire, quando si rivivere tutta la propria vita in un istante, con la differenza che Publio non rivisse solo la propria vita, ma tutta quella di Roma, da Enea fino ad oggi. Adesso sapeva tutto. Era tutto chiaro. E penso cheterebbe stato fico che quei cocktail fosso distribuiti a scuola.
«O sì o no. Fosse per me ti costringerei, ma le regole sono chiare: bisogna sempre accettare con un atto di volontà, altrimenti non vale.»
«Va bene, tanto è un sogno e quando mi sveglio è tutto passato.»
Euridice lo aveva preso per un capezzolo e gli aveva fatto il verso parlandogli dritto all’orecchio: «Tanto è un sogno e quando mi sveglio è tutto passato.»
Dopodiché si era svegliato in un letto del reparto rianimazione dell’ospedale Santo Spirito. La sua mente da scienziato gli diceva che era stato tutto un sogno e nulla più, ma da un sogno non ci si risveglia con un tatuaggio sul petto, che raffigura una porta degli inferi, tipica delle catacombe etrusche e la scritta “Ut sint unum”.
✤✤✤
Salutati tutti, nonno e nipotina lasciarono il centro sociale, dopo aver discusso con Fauno e Vertumno sul cielo che si faceva sempre più minaccioso. Qualcosa di insolito stava accadendo, ma non aveva tempo per indagare, perché doveva riportare di corsa la bambina a casa, prima che i genitori si accorgessero della sua assenza. Si misero in macchina e raggiunsero casa a via Arenula, mentre il cielo continuava a non promettere nulla di buono. Publio parcheggiò ed aiutò la nipotina a scendere dalla macchina. Non c’era nessuno per strada, per via della tromba d’aria, che alzava foglie e giornali da terra, come prima di un duello in un film western.
«Nonno mi fai vedere il disegno sul petto?»
«Appena arriviamo a casa. Sbrighiamoci ché se si accorgono che…» ma non riuscì a terminare la frase, perché una FIAT Uno bianca senza lo sportello del lato del guidatore, guidata da una ragazza impellicciata, investì Æmilia, scaraventandola a dieci metri di distanza contro un nasone, la tipica fontanella romana.
Publio, disperato e ancora incredulo, corse verso la nipotina e per questo non si accorse neanche di come era fatta l’automobile e che fosse inseguita da un chihuahua ringhiante.