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VIII

4 min di lettura

Dove si narra di come può capitare che un uomo più giovane se la faccia con una donna di dodici anni più vecchia e di come questo divario temporale sia destinato misteriosamente ad aumentare.


«Non è la prima volta che si rompe il preservativo, Vero» disse la quarantaduenne Nina Proietti a Vertumno, mentre era impegnata alla guida «Non sono mai rimasta incinta e non succederà neanche stavolta.»

La SMART rosa si districava nel traffico del Lungotevere, in direzione di Ponte Testaccio, in uno slalom che seminava una sequela di insulti degli altri automobilisti, talmente colorita che avrebbe meritato di essere inserita nel depliant di un tour operator. Doveva esserci una legge più misteriosa della teoria dell’unificazione dei campi, in grado di spiegare il motivo per cui la pirateria automobilistica aumentava in modo geometrico a contatto con una SMART.

Vertumno, ancora con la faccia verdurosa, si teneva stretto alla maniglia della SMART. Aveva superato indenne i secoli e l’idea i morire dentro un’automobile formato scatoletta di tonno lo affascinava ben poco.

«Credo che tra te e me sia come far accoppiare due muli. Sì insomma si divertono, ma niente pannolini e poppate, quindi direi anche basta con il cappuccetto di gomma» concluse la discussione la bellissima mora Nina Proietti, a cui il tempo aveva fatto dono di lasciarle un fisico mozzafiato, con due tettone che erano il motivo per cui i clienti si affezionavano molto a lei.


Sì di mestiere faceva la mignotta, anche se ultimamente si era un stancata di quel lavoro. A dire il vero non era solo stanca di quel lavoro, ma proprio di lavorare. Non è che avrebbe voluto fare qualcosa di più onorevole, che so, l’estetista, come sua cugina Maria da Centocelle, l’amata cugina che le aveva presentato Vertumno. A lei piaceva solo una cosa: leggere. Se quindi avesse dovuto riassumere la sua vita in due parole, sarebbero state “scopare e leggere”. Per un periodo aveva anche fatto le due cose insieme, ma aveva portato ad una diminuzione di clienti, perché al loro detta dava l’impressione che non si impegnasse sul lavoro, quindi aveva smesso.

Dei guadagni non si poteva lamentare. Non era certo una di quelle mignotte che lavorano per strada, sempre con il culo al freddo. Aveva il suo bel appartamentino a Piazza Risorgimento ed i clienti la trovavano grazie ad Internet. Una volta c’era bisogno di un sito, ma l’avvento dei social network aveva facilitato anche il suo settore.

Ma dopo ventiquattro anni di onorato servizio, aveva tirato su poco o niente, perché sulle sue spalle campavano la sorella ed il cognato, più i due vecchi genitori.

Era stanca degli aliti pesanti di mariti castrati da mogli tutte “no il culo no”, ma soprattutto era stanca di dover pagare Cencio, un tizio comparso dal nulla circa ventiquattro anni prima e che aveva lentamente, ma inesorabilmente scalato il vertice della malavita romana a colpi di omicidi e che, da qualche tempo aveva deciso di intraprendere la carriera politica.


Cencio era un sadico. Godeva a vedere soffrire le persone. Gli piaceva torturarle, fisicamente e moralmente. Quello che adorava più di tutto era riprenderle con lo smartphone mentre le torturava, per poi postare il tutto sul suo canale YouTube. Glielo chiudevano puntualmente e puntualmente lo riapriva con un nome nuovo. L’ultimo era “Strapazzai di coccole”.

Se Cencio ti diceva di andare con qualcuno di importante, tu andavi e basta, se non volevi fare la fine di Teresa, la mignotta veneta trovata morta con la testa staccata dal busto e messa sotto braccio, come fosse un pallone da rugby.

Nina aveva capito come Cencio era riuscito ad entrare in politica. A parte qualche misterioso aggancio con quelli del terzo piano di Palazzo Senatorio del Comune di Roma, Cencio ti organizzava un incontro con qualcuno da poter ricattare, tu lo facevi ubriacare, ci scopavi e ti facevi qualche selfie con il malcapitato addormentato e cotto a puntino.


Quando Nina aveva incontrato Vertumno tutto era cambiato. Aveva diciott’anni e lui trenta. Quella volta era andata al Villaggio Globale con la cugina Maria, che le aveva parlato di gente con verdura in faccia, cani a tre teste e roba del genere. Le aveva consigliato di smettere con le canne, ma poi aveva accettato, anche perché, da appassionata di rock indie qual era, aveva deciso di andare ad ascoltare un gruppo esordiente di cui si parlava un gran bene, gli Ut sint unum. 

Il gruppo, duro da ammettere, faceva cacare, anche per i loro testi sconclusionati che inneggiavano le antiche divinità latine ad unirsi per prepararsi alla battaglia. Il tutto condito da chitarre distorte e basso all’unisono con la batteria a doppia cassa. Marmellata indistinta di suoni, buona solo a pogare da ubriachi.

Ma anche in quell’insalatiera di faccia a mani protese, Vertumno dal palco e Nina dal pubblico, si erano visti lo stesso e innamorati da subito.


Erano secoli che Vertumno non aveva una storia seria con una donna, perché ne aveva viste troppe morire di vecchiaia. Lui non moriva da tanti secoli ormai. Il tempo gli scivolava addosso ed infatti Nina aveva quarantadue anni e lui l’aspetto di un trentenne.


«Secondo me ci rimane se glielo dici oggi» disse Nina, mentre parcheggiava la Smart rosa, tra due furgoncini, da cui dei ragazzi scaricavano cassette a ritmo industriale e le portavano dentro il Centro sociale.

«Non ce la faccio a continuare dirgli cazzate» rispose Vero, mentre la faccia riprendeva sembianze umane «Ci tiene troppo a questa cosa che sta organizzando. Lo deve sapere che non può contare su di me.»

«Appunto. Non voglio essere io essere la causa di tutto.»

«Te l’ho detto, non sei tu. Cioè non solo tu.»

I due si baciarono delicatamente, sulle note di un pezzo metal che arrivava felpato da _Il villaggio globale_.

Nina prese la borsa di Hello Kitty e due uscirono, con l’intenzione di dare a Fauno la bella notizia.

«Voglio una vita normale» pensava Vero, guardando innamorato Nina negli occhi «Lui capirà.»

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