VI
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Dove si narra come sia altamente sconsigliabile essere sinceri con chi ce l’ha con te da tanti anni e stava solo aspettando l’occasione per fartela pagare.
Quando Publio tornò al centro sociale era in evidente stato confusionale. Ad attenderlo non ci trovò gli amici e la nipotina Æmilia, ma il trentaduenne brigadiere Salvo Papaleo, da poco trasferito a Roma ed una gazzella dei carabinieri. Gli amici di Publio erano affranti, perché non avevano potuto fare nulla per evitare che i carabinieri prendessero la bambina e la portassero dai genitori, sotto lo sguardo tronfio e felice del trentaduenne brigadiere Salvo Papaleo, che già gongolava all’idea dell’encomio che avrebbe ricevuto. Appena arrivato a Roma e subito aveva risolto uno spinoso caso di rapimento di minore. Si vedeva a Natale al paese, quando avrebbero fatto la fila per salutarlo e lui avrebbe risposto a tutti con un morigerato: «Non ho fatto null’altro che il mio dovere. Nei secoli fedele.»
Avevano dovuto fare i salti mortali, Fauno e Vertumno, per difendere l’amico e non raccontare che la bambina era morta e l’avevano ripresa dal mondo degli inferi per il rotto della cuffia. Sono fatti che in primis tendono a non essere creduti e a diminuire in modo esponenziale la credibilità del narratore, in secundis non avrebbero scagionato Publio. Si inventarono che era sempre rimasta al centro sociale e che la storia che continuava a raccontare Æmilia di essersi vista sdraiata per terra nel bosco non era altro che una favoletta che le avevano raccontato per farla stare tranquilla, mentre Publio era andato a comprare le merendine preferite della bimba.
«Dove è stato?» chiese il trentaduenne brigadiere Salvo Papaleo a Publio.
Fauno e Vertumno erano il ritratto della preoccupazione, perché non sapevano cosa avrebbe risposto e se non avesse risposto che era andato a prendere le merendine, tutta la loro storia sarebbe crollata.
Publio aprì la bocca e trascorsero i dieci secondi più lunghi della storia occidentale, prima che Publio rispondesse: «Sternocleidomastoideo, petaloso, pterodattilo mansueto.»
Seguì la serie di sguardi reciproci più imbarazzati della storia, stavolta orientale, dato che il trentaduenne brigadiere Salvo Papaleo assunse il suo tipico sguardo ad occhi stretti, che indossava quando qualcosa era particolarmente ostico da comprendere e che lo facevano assomigliare ad un coreano del nord: «Mi scusi?» chiese il brigadiere.
«Non sente quanto suonano bene? Sternocleidomastoideo, petaloso, pterodattilo mansueto.»
«Si sente bene?»
«Dipende. Se non si sente bene, è sempre consigliabile aggiustare l’antenna, in modo da migliorare la ricezione.»
«Non ho capito, mi perdoni»
«Esiste il backup, mio caro. Conosce il backup?»
«Quello dei computer?»
«Esiste un mondo invisibile a Roma, eppure da sempre e per sempre sotto gli occhi di tutti. È abitato dai vecchi dei e dagli dèi minuti, dai Lari e dai Penati, dalle ombre di chi ha fatto grande Roma e da chi l’Urbe ha dannato.»
Fauno e Vertumno si guardavano preoccupati e fecero gesto al brigadiere che Publio probabilmente era impazzito.
«Ha per caso sbattuto la testa, signor Potizi?» gli chiese Salvo Papaleo.
«Lasci stare la testa, ché ne ho una, mica due e attualmente si trova al posto in cui è stata progettata per stare» rispose scacciato Publio che continuò infervorato «Tutti loro hanno attraversato i secoli insieme alla città, discreti e mescolati agli umani. Si sono adeguati agli usi e alla lingua contemporanea e questo mondo invisibile non lo chiamano più pietas, ma usano un termine più moderno: backup.»
Lo fecero entrare gentilmente nella gazzella ed i carabinieri sparirono dalla vista senza attivare le sirene, ma prima Publio ebbe il tempo di urlare a Vertumno: «Promettimi che li riunirai.»
Vertumno fece di sì con la testa.
✤✤✤
Bianco. Tutto talmente bianco da far male agli occhi. La stanza era pensata così per non dar modo a nessun pensiero pericoloso di trovare una sponda per amplificarsi e tornare indietro come istinto violento. Era tappezzata di gommapiuma, in modo che darsi alla simpatica pratica dell’autolesionismo, magari tentando di fracassarsi la testa contro il muro, fosse praticamente impossibile. Tutto pensato a puntino, fin nei minimi particolari, come il linguaggio e la lentezza con cui il sessantenne Dott. Emilio Sassi della Loggia, medico del reparto di Neurologia dell’Ospedale Santo Spirito di Roma, si stava rivolgendo a Publio Pinari, suo ex collega.
«Quindi mi diceva dottor Potizi, che lei è in pericolo» chiese scandendo le sillabe.
«La smetta di parlarmi lentamente, non sono mica pazzo, dottor della Loggia» rispose Publio ancora calmo «E mi chiami con il mio vero nome, Atto Navio. Tutti siamo in pericolo. Dovete lasciarmi andare, devo preparare mia nipote.»
Emilio Sassi della Loggia faceva fatica a rimanere calmo, perché la gioia lo stava bruciando da dentro. Odiava Publio Potizi. Aveva passato la vita a portargli la borsa, in attesa del posto da primario di Chirurgia e invece il posto era passato in eredità al figlio Ennio e lui era finito a combattere coi pazzi, pur di non dover stare agli ordini di quel moccioso di Potizi Junior.
«Vuol fare del male a sua nipote?»
«Ma che cazzo dici? Voglio proteggerla. Devo addestrarla.»
«Addestrarla a cosa?»
Publio sbarrò gli occhi, si addormentò per una ventina di secondi, quindi si risvegliò di colpo, così come di colpo era caduto ronfando tra le braccia di Morfeo.
«È stato lui.»
«Lui chi? E poi a fare cosa?»
Publio tentò di ricordare con sforzo sovrumano, ma ormai la parte del cervello dove era quell’informazione, era andata per sempre.
«Non ricordo.»
«Prima parlava di una legge infranta. Che legge?»
«La Lex Inferi. Tutti siamo in pericolo. Il backup è in pericolo.»
«Mi spieghi meglio questo backup.»
«Il backup è l’equilibrio di presente e passato, di visibile e invisibile su cui poggia la città eterna e che Enea ha portato da Troia. È fatto della stessa sostanza del tempo, intrecciato con i rimorsi e le speranze» e si addormentò di nuovo.
Stavolta però, al risveglio, scattò in piedi e tentò di uscire dalla stanza del Centro di Igiene Mentale in cui era recluso.
Ad un gesto di Emilio Sassi della Loggia, due energumeni entrarono nella stanza e bloccarono Publio. Il della Loggia si avvicinò con una siringa in mano.
«No, questo non puoi farmelo.»
«Non posso? Sono anni che aspettavo di farlo» rispose, trattenendo a stento un sorriso di soddisfazione.
Il pistone della siringa spinse il liquido nelle vene di Publio, che ben presto perse coscienza.
«Credo proprio che ci vedremo ogni giorno, dottor Publio Potizi, per molti anni» concluse mentre se ne andava, gustandosi come una caramella, la consapevolezza che dipendeva da lui quanti di anni.
«Sternocleidomastoideo, petaloso, pterodattilo mansueto» ebbe la forza di dire Publio, prima che il bianco facesse posto al nero silenzioso.
✤✤✤
Quella sera Vertumno decise di il nome da dare alla band: “Ut sint unum”. Decise che avrebbe portato avanti la missione di Atto Navio. Li avrebbe riuniti tutti. La lex Inferi era stata infranta. Altre volte era successo nell’arco dei secoli e non era mai andata a finire bene. Avrebbe riunito la parte buona del backup per prepararsi allo scontro. Non si trattava di sapere come, ma solo di quando e bisognava farsi trovare pronti. L’aveva promesso ad Atto Navio e l’avrebbe fatto. Per il bene di Roma.