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Backup

IV

10 min di lettura

Dove si narra di una decisione difficile e di come a volte si sia disposti a qualsiasi cosa per risolvere una situazione, anche andare a Cerveteri. Si narra inoltre a non fidarsi delle baby sitter e come un’alitata ti possa compromettere lo sviluppo della personalità.


Polso assente. Pupille che non reagiscono. Nessuna respirazione. Æmilia era morta tra le braccia del nonno. L’impatto contro il nasone gliel’aveva fatta trovare in una posizione oscenamente innaturale e raccogliendola tra le braccia si era convinto che la spina dorsale era spaccata. L’ospedale era a due passi, ma Publio decise di non portarcela, perché dopo più di trent’anni di esperienza sul campo, sapeva troppo bene che per la bambina non c’era più niente da fare.

Si alzò piangendo e, con la nipotina tra le braccia, raggiunse la cabina telefonica più vicina e la adagiò su una panchina per telefonare.

«Chi è?» chiese Vertumno dall’altra parte del telefono.

«Publio. Vediamoci a Cerveteri.»

«Non è il momento.»

«Æmilia è morta.»

«Ci vediamo lì.» 

Era appena tramontato il sole quando la FIAT Uno bianca, senza sportello dal lato del guidatore, arrivò alla via degli inferi a Cerveteri, a guidarla c’era Vertumno, perché il buco nel petto di Fauno non si era ancora rimarginato. I due erano in sembianze umane ed il luogo era sgombro di presenza umana.

«Che è successo? Quel buco?» chiese Publio con il cadavere della bambina tra le braccia.

Fauno non rispose.

«È da prima che non apre bocca. Mi sa che è sotto shock per la morte dell’amata» rispose Vertumno.

«Quanto tempo abbiamo prima che l’anima di Æmilia non sia più recuperabile» chiese l’anziano disperato.

«Non lo so. Dobbiamo fermarla prima che Caronte la traghetti dall’altra parte del fiume.»

«Dov’è l’entrata?» chiese Publio.

«Guido io» rispose Vertumno «Questa è casa mia. Conosco la via degli inferi come le mie tasche, ci venivo a giocare da bambino mentre la scavavano nel tufo. Hanno cominciato nell’ottavo secolo avanti Cristo, poi a trent’anni sono stato incubato e ho seguito la costruzione fino a quando noi etruschi siamo diventati romani.»

Si incamminarono per la via degli inferi, la parte a nord della necropoli della Banditaccia a Cerveteri. Era un piccolo canyon che serpeggiava tra la vegetazione e ci si integrava alla perfezione, come se gli etruschi che l’avevano costruita volessero ricordare a tutti che non c’è separazione tra vita umana e natura.

«Mi hanno portato a Roma» continuò Vertumno «Mi hanno cambiato nome, da Voltumna a Vertumno e mi hanno fatto anche una statua bronzea al vicus Tuscus, all’ingresso del Foro Romano. Nel duecentosessantaquattro avanti Cristo, hanno fatto un’evocatio e mi hanno trasferito sull’Aventino.»

Gli altri due lo guardarono come per dire «E ’sti cazzi? Ti pare il momento di farci la lezioncina di storia?»

«Era solo per dire che non ero l’ultimo degli stronzi.»

Il corridoio scavato nel tufo iniziò ad essere costellato dagli ingressi delle tombe, che sembravano osservarli neri come occhi di pipistrelli, pronti a volare via al primo rumore. Silenzio. 

«Di qui» interruppe il silenzio Vertumno, indicando Piazza di Arnth, in onore del nome iscritto sul fianco di un piccolo colombario. Era l’unica piazza ancora conservata con l’originaria facciata in opera quadrata sormontata da cornici sagomate.

Proprio di fronte alla piazza c’era una tomba e Vertumno la indicò. Publio posò delicatamente in terra il corpicino senza vita di Æmilia e si lasciò ingoiare dal buio pesto della tomba. Dopo qualche secondo di silenzio, ne uscirono due ragazzi terrorizzati. Entrambi si stavano allacciando i pantaloni e scapparono nel buio della via, mentre dalla tomba usciva Publio urlando: «Se vi rivedo a fare porcherie in un luogo sacro, vi spacco la testa, quant’è vero Giove.»

Publio estrasse il lituo e lo agitò e sulla punta si accese una fiammella, che miracolosamente non consumava il legno. Entrò nella tomba, seguito subito dagli altri due.

La tomba era formata da una stanza unica, con un letto di pietra alla destra dell’entrata ed uno sulla sinistra. Di fronte a loro, sulla parete di tufo opposta all’entrata, era disegnata una porta degl’inferi, un elemento pittorico che rappresentava una raffigurazione dell’ingresso al regno dei morti.

Il gesto che fece Publio dimostrò che non si trattava di una raffigurazione, ma di una vera e propria porta. Passò lituo sul segno dipinto della porta, come se la stesse ridisegnando e, appena finito, la porta si aprì, lasciando intravedere delle scale scavate nel tufo, che si inerpicavano verso il ventre della terra.

Nel momento esatto dell’apertura, il cielo si increspò ed assunse lo stesso aspetto di poche ore prima a Roma. Un tromba d’aria iniziò a far roteare foglie e rami, mentre dalla porta proveniva un vento che trasportava odore di decomposizione.

Publio si stava apprestando a scendere le scale, quando fece un movimento sbagliato, che gli bloccò la schiena, ma strinse i denti e fece per continuare, ma Vertumno lo bloccò: «Ci sono riusciti solo pochi eroi e tu non mi sembri in condizione.»

Publio guardò Fauno ed il suo buco nel torace.

«Sembrerebbe che tocchi a me» disse Vertumno col suo sorrisetto da ebete, che tanto piaceva alle donne.

«Se le succede qualcosa ti spacco il culo» gli disse Publio.

«Qualcosa più di morire di quanto non lo sia già la vedo dura, ma non ti preoccupare, starò attento.»

Appena Vertumno valicò completamente la porta, per entrare nel backup, assunse immediatamente la forma verdurosa, che diciamola tutta, contrastava un tantino con la solennità del momento.

Si faceva luce con il lituo che gli aveva prestato Publio, ma la luce non era abbastanza forte per impedire che, dopo alcuni scalini, Vertumno venisse ingoiato dal buio. 

### ✤✤✤

«L’ha immolata su qualche altare» piangeva disperata la quarantaduenne Laura Piccolomini, in una cantilena che sembrava il coro dell’Antigone e che la costringeva a fermarsi di continuo per riprendere fiato.

Il trentaduenne brigadiere Salvo Papaleo, da poco trasferito a Roma, stava raccogliendo la prima deposizione a Roma, perché a Rocca Venerina, da cui proveniva, si era al massimo occupato di furto di pecore. Il caso era delicato, perché nell’ultimo corso di formazione aveva imparato che le probabilità di trovare vivo un minore rapito diminuiscono esponenzialmente, superate le prime ventiquattro ore e in quel caso ne erano già passate otto. L’emozione nel minuscolo ufficio al pian terreno del Comando Stazione di Piazza Farnese era densa come un semolino scotto. Ennio Potizi e Laura Piccolomini avevano avuto Æmilia quando lui aveva quarantun anni e lei trentotto. L’avevano avuta da grandi, inaspettata, perché troppo occupati a far carriera e, come qualsiasi genitore vecchio, erano apprensivi fino allo spasimo, anche se, in quel caso, avevano tutte le ragioni per esserlo.

«Calmati cara» le disse il marito, allungandole il Ventolin.

Una spruzzata e l’asma fu messo temporaneamente a tacere.

«Ripetiamo da capo» chiese il brigadiere, asciugandosi il sudore, non causato certo dalla temperatura.

«Ma è la sesta volta» rispose stupito Ennio.

«Ripetitus Juve» arrancò l’altro «La quattrenne Æmila trovavasi in abitazione domestica in compagnia della baby sitter, ma al vostro ritorno, la succitata abitazione risultava vacante.»

Ennio annuì, con livello di esasperazione sei.

«Contattata telefonicamente la baby sitter, a cui era stato dato incarico di controllo sulla minore, ella riferiva di averla lasciata alle cure del nonno paterno, sotto ordine espresso della di lei madre, di lei della bambina, di Æmilia insomma.»

Ennio annuì, con livello di esasperazione otto.

«Generalità del nonno paterno» disse il brigadiere, leggendo dai propri appunti, per prendere tempo, perché non sapeva cosa fare «Publio Potizi, di anni sessantasette, ex primario di chirurgia all’Ospedale Santo Spirito in Roma.»

«È impazzito. Le ha fatto del male, lo so» riprese salmodiante Laura, a cui il Ventolin aveva dato sufficiente forza per lo tsunami di ritorno «Da quando ha preso quella botta in testa non è più lui. Straparla di missioni, di addestrare Æmilia.»

«Fino ad ora abbiamo sopportato, anche perché le gocce del neurologo sembravano fare effetto» continuò Ennio.

«Ma poi ha cominciato quella cosa del mago in tunichetta e la situazione è crollata. E se l’avesse sacrificata su qualche altare?» concluse la donna.

«Tagliamo corto brigadiere» cosa dobbiamo fare?

Rifletté il brigadiere Salvo Papaleo, eccome se rifletté, tentando di scavare il più velocemente possibile nella memoria del corso di comunicazione a cui aveva assistito il mese prima e ne estrasse una perla da millemila like su Facebook: «Andate a casa. Appena sappiamo qualcosa vi avvisiamo.»

Laura si attaccò vorace al Ventolin.


✤✤✤


Quando Vertumno finì di percorrere a ritroso la scala, per uscir a riveder le stelle, Publio e Fauno era più tesi di un padre fuori dalla sala parto. Più Publio a dire il vero, perché Fauno era più impegnato a pulire il buco nel torace, dal quale passavano foglie ed altre porcherie varie.

Vertumno, che appena mise piede sulla terra di superficie aveva abbandonato la forma verdurosa, aveva Æmilia in braccio tutta vispa. Se fosse passato qualcuno in quel momento, sarebbe stato convinto di aver visto due gemelline, una morta in terra ed un vispetta e muta in braccio a Vertumno, con la non pienamente trascurabile stranezza che la seconda era trasparente.

Nel momento in cui la porta tornò ad essere una lastra di tufo, il cielo si schiarì di colpo, incastonato di stelle, e la tromba d’aria entrò a far parte dei ricordi eccezionali di Cerveteri, cittadina in provincia di Roma, dove notoriamente non succedeva mai un cazzo. 

«Presto rimettila a posto» ordinò Publio.

Vertumno prese delicatamente l’anima di Æmilia e lo avvicinò alla bocca dell’Æmilia adagiata in terra senza vita. Il nonno aprì la bocca del cadaverino, le diede un colpetto con il lituo e pronunciò una frase in latino: «Reversus in domum suam.»

L’anima venne risucchiata, non senza una certa resistenza, e sparì ingoiata all’interno del cadavere.

Stettero tutti fermi in attesa che Æmilia tornasse in vita, ma dopo qualche minuto, l’anima cominciò a riuscirle dalla bocca, come un panettone mal digerito.

«Perché?» chiese Vertumno meravigliato.

«È successo quello che temevo. È troppo piccola per tenere l’anima legata al corpo.»

«E adesso?»

«E adesso servirebbe un rinforzo.»

«Un rinforzo d’anima? E come?»

«Qualcuno deve darle un po’ della propria anima. Ma la mia non va bene. Sono troppo vecchio ed ha poca energia vitale. Fauno è ferito...»

«Ho capito. Tocca di nuovo a me.»

«Non te ne tolgo più del dovuto, altrimenti moriresti anche tu.»

«Grazie, molto gentile.»

«Cumulare psyche» salmodiò Publio, mentre toccava la bocca di Vertumno con il lituo.

Una specie di vapore uscì dalla bocca di Vertumno e Publio lo indirizzo, in stile pifferaio magico, verso la bocca di Æmilia, che si aprì ed ingoiò sia la propria anima, che il vapore di Vertumno. La bambina chiuse la bocca.

Trascorsero altri momenti interminabili trascorsero, prima che Æmilia aprisse gli occhi, fissandoli contro il cielo. Fu in quel momento che Vertumno cadde a terra in preda a quello stato che solo una volta nella vita aveva provato, quando aveva accettato l’incubazione, cioè il rito attraverso il quale aveva rinunciato alla propria anima mortale, alla propria umanità, in cambio dell’eternità, della trasformazione in dio minuto. Era stata la scelta più dura della sua vita e tornando indietro non l’avrebbe rifatta per nulla al mondo. Come quella volta, il tempo sembrò fermarsi e lui muoversi a rallentatore. In realtà era il suo pensiero che si muoveva velocissimo, all’interno dell’universo lentissimo. Era come se da un punto, si dipartissero un’infinità di diramazioni, che andavano a toccare ogni singolo ente esistente, esistito e che ancora dovesse venire ad esistere. Vide una massa talmente concentrata da esplodere e nell’esplosione vomitare il tempo e lo spazio, fino a creare, in una danza di lontananza senza centro, tutte le differenze possibili nell’unità. La vide poi contrarsi per esplodere, in un ciclo di respirazione senza assillo del tempo. E tutto acquisiva senso, in quella rete di consapevolezza, che abbracciava ogni cosa stretto, come scarpe da ginnastica allacciate prima di correre. Non c’erano tutte le risposte, perché non ce n’era bisogno, in quanto non c’erano proprio più domande, perché la coscienza perdeva la sua stancante forma a punto interrogativo. Proprio come quella volta, si dissolse tutto in un istante, lasciandolo stanco e in lacrime. Simbiosi. Quella cosa che aveva appena vissuto si chiamava simbiosi ed accade quando si entra in comunicazione reale con un altro essere, qualsiasi tipo di essere e tra lui ed Æmilia ormai si era stabilito un rapporto di simbiosi, che niente o nessuno avrebbe potuto spezzare e che i due non potevano rifiutare.

Æmilia aprì la bocca ed esalò il primo respiro della sua nuova vita, ma proprio in quel momento, senza che nessuno avesse il tempo di reagire, Fauno la raggiunse e soffiò in bocca l’anima di Postvorta. La bimba si svegliò, abbracciò al nonno e iniziò a piangere a dirotto.

«Ma che cazzo hai fatto?» chiese Publio a Fauno, mentre carezzava la testa della nipotina appena resuscitata.

«Scusami. Non ce la facevo più a tenermi l’anima di Postvorta in bocca.»

«Ecco perché non aprivi bocca da ore» gli si rivolse Vertumno, che si stava riprendendosi dalla simbiosi con la stessa lentezza di quando ci si riprende da un mega cannone d’erba, perché bisogna dirla tutta, la simbiosi è molto simile all’effetto di un bel bombone di Marijuana.

«Hai messo l’anima di Postvorta dentro Æmilia? Ma sei scemo?» s’infuriò Publio.

«Non avevo alternative.»

«E adesso? Volevo che lei entrasse nella storia, non che tutta la storia entrasse dentro di lei. Già mezzo Vertumno è strano, ma così si esagera» disse il nonno preoccupato.

«Niente di grave. Tre anime insieme le daranno forse qualche problemino di personalità, ma niente di che» rispose Fauno, tentando di sdrammatizzare.

«Se non avessi un buco nel torace te ne farei uno» rispose Publio, mentre la nipotina si era addormentata esausta tra le sue braccia.

Tornando al centro sociale, Fauno gli raccontò di Postvorta e Publio ascoltò immerso in un silenzio denso di pensieri. Aveva in testa un’idea di cosa fosse accaduto, ma si ripropose di non dire nulla, fin quando non avesse chiarito da solo. Se le cose stavano come pensava, era coinvolto un pezzo troppo grosso per rischiare di accusarlo, senza esserne più che certo. Ci avrebbe messo poco. Avrebbe lasciato un attimo la bambina al centro sociale e l’avrebbe ripresa e riportata a casa. 

«Promettimi» chiese Publio a Vertumno, consegnandole la bimbetta che dormiva saporitamente «che se non tornerò, li riunirai tu al posto mio.»

Vertumno non rispose.

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