Il ritorno non è nel paesaggio
Il giorno del pane e delle lanterne
di Alberto
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Capitolo 7 – Il giorno del pane e delle lanterne
Il campanile rintoccava le sette e mezza e il paese sembrava svegliarsi in un unico abbraccio. Le strade, vestite di ghirlande, profumavano di torta secca, di salame e di formaggio fresco. Era il giorno della festa del pane, quella che si faceva da generazioni per celebrare il raccolto e le mani che lo rendevano possibile.
I bambini correvano con le lanterne colorate, i nonni ripetevano ricette e aneddoti come antichi cantastorie. Io ero in mezzo a loro, spettatore e attore insieme.
«Alberto!» Angelo si fece largo tra la folla con due bicchieri di lambrusco. «Lo bevevano anche i miei nonni. Dicevano che bastava un sorso per fare pace col mondo.»
«Allora stiamo per fare amicizia con il mondo intero» risposi ridendo, e brindammo.
Dal palco, la maestra di canto invitò tutti a unirsi al coro della tradizione: canzoni popolari che sapevano di stalle, di cortili e di amori semplici. Una donna si staccò dal gruppo e mi porse un tamburello.
Non la riconoscevo. Eppure il suo sorriso, quel modo di inclinare appena la testa, mi era familiare come una strada percorsa mille volte.
«Si canta meglio se si batte il tempo insieme» disse. «Anche chi torna fa parte del ritmo.»
Presi il tamburello. Le mie mani, goffe all’inizio, trovarono il passo; la piazza cantò, e per un po’ non cercai niente.
Quando alzai gli occhi, in fondo alla folla c’era la madre di Lina, ferma accanto al banco del pane. Mi guardava con l’aria di chi sa più di quanto dice, e sorrideva.