IL CRONISTORICO - 5
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BEETHOVEN
(1809)
Nel recarsi dal suo maestro di tanti anni prima Ludwig cercava di sfogare l'insoddisfazione verso il mondo intero concentrandolo nell'insofferenza verso quel pomposo individuo.
Non gli doveva niente. Fosse stato per l'impegno e la cura che Haydn aveva impiegato per migliorare l'educazione musicale del suo allievo, il giovane Beethoven avrebbe fatto meglio a dedicarsi ad altro.
Che cercava da lui? Provocarlo forse; mettere in dubbio la validità effettiva dei suoi successi. Ci si fosse provato!: gli avrebbe tolto la pelle a urli e fatto capire a tutti in quale considerazione tenesse quel monumento vivente.
Il famiglio di Haydn gli aveva riferito che il padrone desiderava un incontro con lui e che la vecchiezza lo impossibilitava a uscire.
“Vi prego, siate generoso, accontentatelo” aveva supplicato; “non penso abbia ancora tanto da vivere.”
Si era incuriosito e si augurava per lui che davvero non lo avesse convocato ingiustificatamente.
Trovò il vecchio in poltrona in uno stato di salute davvero pietoso.
"Caro Beethoven" lo ragguagliò dopo un'accoglienza festosa, "l'imperatore Napoleone sarà qui il mese prossimo e ho ricevuto un invito. Mi è stato detto che questo onore è stato riservato anche a voi. A noi due soli in tutta la città, lusinghiero, non è vero? Ci considera gli unici musicisti degni di essergli presentati.
Allora, carissimo, veniamo al dunque. Io ho un inedito, una sonata breve per pianoforte e gliel'ho dedicata. Volevo fargliela sentire io stesso ma non ce la faccio più a muovere neanche un passo. Mi dovrò scusare e volevo che in mia assenza la presentaste e la suonaste voi unitamente al vostro programma. Che ne dite?"
Il maestro era parzialmente in ombra. Dalle labbra in movimento e dai pochi suoni afferrati Ludwig aveva capito solo una parola su tre.
"E parlate, quindi!" insistè Haydn. "Che siete ... sordo? Ditemi pure di no se la cosa vi guasta tanto!"
L'allusione alla sua sordità Beethoven l'aveva afferrata.
Irrigidito e dimèntico della cordialità iniziale stava per raccogliere tutta la rabbia repressa da tempo quando quello scandì forte ponendosi in luce a mostrar le labbra:
"Compatitemi, caro Ludwig. Sono un vecchio asino calzato e vestito. Il vostro male non mi ha colpito ancora ma per il resto non mi manca alcuna infermità compresa, certamente, una certa tardezza mentale. Sono ricco d'anni. Mi perdonate?"
Da orsaccio intrattabile con un cuore grande così Beethoven si avvicinò e gli chiese di ripetere la richiesta.
"Maestro" si scusò quando tutto gli fu chiaro, "io non posso soffrire Napoleone. Pensavo che lui i tiranni li avrebbe abbattuti, non sostituiti!
Però vi servirò ugualmente: presenterò e suonerò in vostro nome il pezzo che dite; poi accuserò anch'io un malore e non mi tratterrò oltre."
"Ludwig, vi conosco bene per sapere che come avete detto così farete. Ma pensateci; ve lo dice chi non ha fatto altro che chinar la schiena pur di poter presentare il proprio lavoro a chi conta.
Sono convinto da tempo che in futuro con Bach, Haydn e Mozart ci sarà solo Beethoven nel mondo musicale ascoltato. Però perchè non farsi osannare il più possibile anche nel presente?
L'imperatore vi aiuterà se gli dimostrerete un po' di deferenza."
Salutato il pallone gonfiato di una volta, ormai del tutto sgonfio, Beethoven pensò che già recarsi alla presenza di gente odiosa per favorirlo, fosse più di quanto Haydn meritasse e aveva ben presente come si sarebbe comportato alla presenza di colui.
All'inchino, nel rispetto dell'etichetta, non avrebbe potuto sottrarsi; ma incensare e ossequiare erano cose incompatibili col suo orgoglio a cui non avrebbe mai rinunciato.
Lui non aveva famiglia cui badare ed, eventualmente, sacrificare l'amor proprio e, per fortuna, viveva agiatamente.
Come si sarebbe considerato se si fosse reso opportunista e servile secondo i suggerimenti di quel vecchio che continuava a non essergli di alcuna utilità? Lui non aveva che sè stesso e con sè stesso unicamente avrebbe fatto i conti in ogni attimo dell'esistenza; gli eventuali rimproveri della coscienza li avrebbe sentiti sempre chiaramente, eccome.
Marco Marchetta
SENNACHERIB
(690 a.C.)
"... per tutto Assur, da Karkemish agli Elamiti, sia posto il bando a Merodachbaladan, già re del Paese del Mare" dettava lentamente il sovrano agli scribi che imprimevano tutto sulla creta coi legnetti. "Il signore che ce lo condurrà vivo, riceverà dalla città reale cento schiavi siri, con un minimo di venti giovani donne fra essi."
Alla fine del proclama Hodamenec chiese umilmente di parlare.
"Parla pure."
"Senza formalismi e senza orecchie estranee, mio re."
Hodamenec era un po' tutto per Sennacherib: suo braccio destro a palazzo, eunuco capo dell'harem, consigliere, amico fidato e amante se ne aveva abbastanza delle femmine.
"Qui puoi parlare liberamente" concesse il re quando si furono ritirati negli alloggi privati.
"Mio adorato Sennac e mio re, tu ti preoccupi e ti affanni troppo. Perchè non prendi fiato?"
"Non posso Hoda, tutti mi guardano."
"E tu non te ne curare; sei il re."
"Non sono i mortali a osservarmi. No, Hoda, non è così semplice.
Cosa dicono di noi i popoli assoggettati?: 'Gli Assiri ammassano le teste dei nemici e nuotano nel sangue'. Siamo noi a farglielo credere e così ci temono; perchè sappi che quando perderanno quel timore ci sommergeranno.
I re di Assur non possono vivere fra mollezze e pigrizie perchè sarebbe la fine. Ma tu vorresti che passassi il tempo fra le tue braccia.
Io sul mio trono sto cavalcando una tigre e devo pensare a lasciare per la posterità una numerosa discendenza oltre che un paese sicuro."
"Sennac, era necessario quel bando? Hai scacciato Merodach da Babilonia, non è sufficiente?
E poi hai già una città-palazzo: l'ha appena costruita tuo padre. Perchè Nìnive, allora? Cos'ha Dur-Sharrukin che non va bene? E ancora, non hai già troppo da fare? perchè progetti un'incursione a Gerusalemme? cos'è quest'altra novità?"
"Smetti, Hoda, finchè hai la testa!"
"Certo, re. Però io voglio che tu viva non che muoia di strapazzi."
"Hoda, tu parli per il mio bene lo so e per questo voglio che tu capisca.
Merodachbaladan ha tradito Tiglatpileser cui era soggetto poi mio padre occupando Babilonia. Morto lui che lo aveva costretto a più miti consigli si è rifatto signore di quella città. È insopportabilmente arrogante e ribelle ed è riuscito a sfuggire alla cattura. Bisogna lasciargli la vita e dargliela vinta? Nessuno l'ha tolto ancora di mezzo e devo farlo io, per vendicare i miei ascendenti a cui tale compito non è riuscito!
In questa città-palazzo quel che non va bene è che l'ha fatta mio padre, non io! E sempre mio padre, Sargon, ha raddoppiato le terre di Assur.
Quando gli Dei mi domanderanno che cosa ho fatto nella mia esistenza cosa potrò rispondere?"
"Tu sei giovane, mio re, e finora hai fatto più che Tiglatpileser, Salmanasar e Sargon nello stesso periodo iniziale del regno. Tu sei un grande sovrano e hai tutta la vita per superare i tuoi illustri predecessori.
Non hai alcun motivo di invidiarli, nè di sentirti continuamente osservato e giudicato da loro o dagli Dei."
"Hodamenec" sibilò Sennacherib, "tu mi sei amico e lo sento. Sono io che non sono più certo di esserlo nei tuoi confronti!
Ritirati e saprai domani se avrai conservato la mia benevolenza e la testa al suo posto."
Con atteggiamento reverente e falsamente intimorito Hoda si allontanò contento in cuor suo perchè aveva percepito compiacimento, non soltanto giusta irritazione, nella voce del suo signore.
Comunque fosse andata non si rimproverava alcunchè, dato che aveva operato secondo il suo dovere di fidato consigliere.
Inoltre, guardando al passato tante volte il suo adorato Sennac aveva minacciato di decapitarlo e poi gli aveva rinnovato il suo affetto. Quelle minacce non lo intimorivano più ma il suo re, questo, non doveva saperlo. Lui era giusto si ritenesse di quelli che le teste le accumula, pronto a nuotare nel sangue...
Marco Marchetta
L’ AMANUENSE
(1430)
Nel monastero fra’ Crispo sovrintendeva a tutti i gruppi di copisti. Al momento erano in lavorazione sei tomi di contenuto mistico commissionati dalla Santa Sede.
“Mantenendo le caratteristiche di base secondo le direttive che vi ho impartito” enunciava in uno degli stanzoni più luminosi e adatti per la copia “ognuno dei fratelli amanuensi è pregato di impiegare la propria fantasia negli svolazzi e nei disegni miniati. Desidero, in particolare, che la lettera iniziale di ogni facciata sia sempre diversa e ridondante. I frati non còpino l’uno dall’altro, altrimenti lo scopo di cui ho parlato è col fischietto che lo raggiungiamo.
Punirò, come al solito, i pigri e i disubbidienti: se non volete che vi privi dei pasticcini al miele delle Figlie della Corona Insanguinata che vi spettano, fate come vi si dice; sapete che sono capace di farlo!”
Finito il giro di ispezione anche fra’ Crispo si rimise al suo banco a copiare. Così lo trovò il famiglio del cardinale don Alonso Borja per convocarlo dal padrone.
Mentre con passo svelto si recava nell’ala destinata all’illustre ospite amico dell’abate, fra’ Crispo pensava che quel prelato doveva aver messo le radici nell’abbazia dato che da due mesi ci stava facendo i funghi.
Non c’era da supporre che volesse ritirarsi dalle piacevolezze del mondo: si dedicava unicamente alla caccia nei dintorni e, fra le sue prede, recava spesso qualche procace contadina allettata da un compenso e dalla voluttà di giacere in un soffice letto.
Il frate si accorse di essere stato ingiusto: dai tanti tomi in giro don Alonso doveva leggere molto e, probabilmente, era per questo che non si decideva ad andarsene.
“Sto qua, eminenza” si annunciò perché il cardinale lo lasciasse entrare.
“Fra’ Crispo, il monogramma su questa copia della vita di san Callisto è il tuo?” e lo mostrò. Ricevuto l’assenso continuò:
“Questa è un’altra copia della stessa agiografia fatta da un altro confratello. Sono notevolmente diverse. Come mai? Chi ha copiato giusto e chi sbagliato?
È facile, una volta a Roma, verificare sul tomo originale tornato nell’archivio pontificio.”
“Non è necessario, eminenza. Sono io il copista infedele.”
“Sei stato infedelissimo, fratello. Hai inventato che Callisto ha combattuto nell’arena contro l’imperatore Còmmodo; questi, sconfitto e graziato, avrebbe voluto vendicarsi; il gladio impugnato per uccidere Callisto si trasformò miracolosamente in un pesce, simbolo dei cristiani di allora; l’imperatore, rimasto così disarmato, finì vittima di Narcisso, vendicatore di tutta la romanità oppressa…
Questa è una delle tante fantasticherie che ti sono passate per la mente e per la penna.
Come ti sorge tanta inventiva? Vuoi commentare, prego?”
“Eminenza, io a ricopiare sempre le stesse cose mi intristisco mortalmente; e poi ho voluto scrivere qualcosa che mi sarebbe piaciuto leggere da devoto qual sono.
Comunque so di essere venuto meno ai miei doveri e capirò se vorrete rimuovermi dai miei incarichi.”
“Tutto qui?”
“Eminenza, visto che mi date licenza di parlare, ritenete che quel tomo originale che avete citato dica il vero su san Callisto? A quei tempi non si scriveva e le storie si tramandavano oralmente. Raccogliere tali racconti dopo dopo otto o dieci secoli e metterli finalmente per iscritto, pensate sia avere arrecato un buon servizio alla verità? E allora, fantasia per fantasia…”
“Tu, fra’ Crispo, dovrai venire a Roma con me.”
“Eminenza, non vorrete che finisca al rogo!
Fatemi la grazia di raccogliervi in preghiera per una sola ora, vi supplico, e mi dileguerò per le campagne.”
“Che sciocche preoccupazioni da parte di un uomo d’ingegno.
Taci oppure al rogo ti ci mando per davvero!
Ti farò bibliotecario col compito occulto di creare maggiori fasti per la mia famiglia. In effetti sarai un mio segretario con tutti i vantaggi che ne derivano. Accetti?”
“E ne dubitate, eminenza? Non vi ringrazierò mai abbastanza.
Se ho ben capito trasformerò alquanto, nel ricopiare, le storie dei vostri ascendenti ampliandone i meriti, o creandone all’occorrenza.”
“…così come hai fatto diventate più santo san Callisto.
No, non mi sbagliavo nel considerarti quel che mi abbisogna. A volte è grazie a tipi come te che tipi come me diventano papi.
Magari col nome di Callisto Terzo, chi lo sa?”
Marco Marchetta
LA PAGELLA
(1810)
Nello studiare gli ultimi sondaggi Napoleone vuole a fianco solo Berthier e Talleyrand.
"Qui, vedi, principe, non ci siamo" e indica i dati seguendo il rigo della Russia. "Lo zar non l'ho trattato bene a Tilsit? Ci ha guadagnato anche un po' di Prussia orientale..."
Talleyrand, interpellato, commenta:
"Sire, se volete il mio parere è proprio questa vostra magnanimità che Alessandro non manda giù. Lui è imperatore per secolare dinastia."
"Louis!" strilla Napo. "Questo mi fa proprio incazzare con i suoi ragionamenti di reali e legittime discendenze benedette dal Signore!
Lo fai ragionare secondo delle concrete visioni del mondo? sennò la sua presenza qui è solo fastidiosa."
"Principe" interviene Berthier, "voi sembra lo facciate apposta a provocare l'ira dell'imperatore! La corona ce l'ha e il favore celeste è ben palese se tanti cosiddetti 'sovrani per volere di Dio' la corona la stanno perdendo."
"Io realisticamente sto parlando" si difende Talleyrand, "non a titolo personale, per esempio per ricordare che anche il mio Pèrigord era un tempo un territorio sovrano."
"Non lo vuole ricordare, Berthier!"
"Sire" continua il principe di Benevento senza raccogliere l'ironia, "l'imperatore russo è umiliato da tante sconfitte. Dopo quella di Friedland gli regalate anche delle province... Si è sentito un vostro soggetto. Questo volevo dire."
"Ho capito! Ho capito! Principe, torniamo a noi?: il tempo è sempre poco e le cose da fare tante.
Sii gentile, Charles Maurice, dammi qualche suggerimento circa queste ultime risultanze."
"Certo, sire. Io vedo che, tolta la Russia e la Spagna, tutti gli altri territori danno un giudizio globalmente positivo accettando di buon grado l'egemonia francese.
Dànzica è tutta favorevole e anche i regni limitrofi allo zar ci danno voti lusinghieri" e il diplomatico inquadra i risultati sul prospetto seguendo righe e colonne. "La Prussia sembra non desideri altro che essere annessa alla Grande Francia. La Vestfalia, con vostro fratello Gerolamo, si sente già tutta napoleonica a leggere i pareri espressi. La Sassonia dà una sola insufficienza, in 'Libertà di stampa'; il granducato di Varsavia ne dà due, in 'Giustizia sociale' e 'Tolleranza religiosa'.
Solo Spagna e Russia danno dappertutto giudizi antifrancesi.
Da queste informazioni, interpretate correttamente, direi, sire, che il vostro Impero può continuare a espandersi."
"Berthier" tituba Napoleone, "sottomessi completamente gli Spagnoli pensi sia possibile intendersi con i Russi?"
"Con un buon lavorio diplomatico è molto probabile: credo ne abbiano abbastanza di buscarne. Comunque dovrebbe essere Talleyrand a esprimersi dato che è il suo campo.
A mio parere, sire, evitiamo altri conflitti: le coalizioni contro la Francia diventano sempre più forti."
"Talleyrand?" interpella l'imperatore.
"Sire, sono quei giudizi che guastano la positività della pagella e che vi tolgono il buonumore. Questo si capisce.
Io non dovrei dare suggerimenti militari che sono competenza più del maresciallo Berthier; però ci provo finchè non mi toglierete la parola.
Lo zar Alessandro vi odia e non riconoscerà mai una vostra predominanza. La potrete ottenere solo con la guerra subentrandogli nel dominio di quelle lande.
La Russia può disporre di forze demoralizzate per un massimo di 200.000 uomini. La Francia ne può armare 600.000, e ha la nomea di essere imbattibile. Questo è il momento di picchiare!
Nelle alleanze schierate contro di noi i russi c'erano sempre. Tolti di mezzo loro quale coalizione ci potrà affrontare?"
"Lo vedi, Berthier, che il nostro ex vescovo non è il mollusco cacasotto che credevo? E non è neanche tanto stupido: ha capito in che maniera si cambiano i voti su questo prospetto e come si rendono conformi le opinioni."
Il padrone osserva compiaciuto Talleyrand sorridere ossequioso ma, purtroppo per lui, non può penetrare nell'animo di quel suddito così ben plasmato, nè fra i pensieri che si agitano in quella testa china:
'Intanto per almeno un anno non subirò lo strazio di doverti riverire, artigliere zoticone. Vai pure, vai nelle pianure orientali, Bonaparte, brigante pervenuto ad altezze eccessive anche per un gigante, figuriamoci per un ometto calvo e adiposo. Prova a sfamare tanta truppa in quelle steppe, prova a vestirla e ripararla dal gelo, quando l'estate, già a settembre, comincia a dileguare. È vero che i russi sono deboli; ma, se collaborati dal gelo e dalle distanze dovessero vincere, come potrei mai finire sotto un sovrano più grossier di questo? D'altronde, non voglia il Cielo, il nostro beneamato Imperatore dei Francesi tornasse vincitore, chi lo ha avviato verso questa nuova gloria? Non te lo auguro ma lo vedi, Charles Maurice, che anche così potrebbe andarti bene?'
Marco Marchetta
(Vi do appuntamento al prossimo sabato, 7 aprile, con altre storie)