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FRA STORIA E RACCONTO

IL CRONISTORICO - 19

5 min di lettura

L' IMPRUDENZA  (1844)            

 

La sequenza degli ultimi avvenimenti erano disordinatamente vividi fra i ricordi di Attilio Bandiera e per quanto facesse non riusciva a scacciarli dalla mente.

A Corfù la mamma gli aveva detto: 'Ho ottenuto dal Vicerè una promessa di clemenza per voi due se tornerete nei ranghi. Vostro padre ha servito fedelmente l'Austria e ha sempre destato ammirazione nel Lombardo-Veneto.'

Che colpo per quel pover'uomo che avrebbe voluto anche lui e il fratellino Emilio almeno contrammiragli della Marina Imperiale! Ma c'erano altri venti ragazzi tutti infervorati dagli ideali patriottici di una nascente Italia, tutti affiliati alla sua personale società segreta, l' 'Esperia'. Avevano creduto tutti in lui e per loro, che non avevano grandi ufficiali in famiglia, clemenza non ce ne sarebbe stata.

Micciarelli, spione maledetto, come si poteva dubitare di lui se veniva con le credenziali di Mazzini? Li aveva costretti a disertare in gran fretta e a rifugiarsi in blocco a Corfù prima che potessero aggregarsi a Nicola Fabrizi che, con la sua 'Legione Italica', preparava insurrezioni un po' dovunque.

Poi De Nobili e pure il corso Boccheciampe, infami traditori! Vatti a fidare, così animosi, tanto pronti a dar la vita...

Però davanti al plotone d'esecuzione, in quel Vallone di Rovito, erano in nove e la vita la stavano dando per davvero.

"Hai visto" lo rimproverava il fratello ironizzando "come si è mossa la gente, i 'cafoni' oppressi dal tallone borbonico? Previsioni tue testuali, no? E la rivolta che doveva esserci a Cosenza? Ci abbiamo trovato solo un giudice molto borbonico che ci fa passare per le armi."

"Smettila, Emilio!" intervenne Domenico Moro, anche più giovane di lui. "Andiamocene con onore!

Quel giudice, per quanto borbonico e austriacante, ha graziato la maggior parte di noi e io al suo posto non l'avrei fatto.

E poi la nostra 'Esperia' voleva solo 'i ricchi, i forti e i dotti, perchè la plebe è per sua natura imprudente, corrotta per bisogno'. È così, no, Attilio? Come diceva il tuo manifesto?

È giusto che quella stessa plebe che bistrattavamo tanto ci abbia ignorato e lasciati al nostro destino."

"Tu, Mene" gridò Attilio, "mi getti in faccia la mia superbia e la mia presunzione. E me lo merito, perchè in effetti..."

Si zittì colpito dalla scarica di fucileria.

Stava per ammettere di aver condotto tutta quell'avventura senza un briciolo di cautela, con dilettantesca e incompetente approssimazione. Ma per fortuna la morte gli aveva risparmiato una tale umiliazione.

 

Marco Marchetta

 

 

LA GIURISDIZIONE  (1070) 

 

"Chi vi ha eletto, signore?" chiese il monaco Ildebrando di Soana.

Mezzabarba, addobbato da vescovo il più lussuosamente possibile, guardò il pontefice con la tentazione di sbottare: 'Sono tenuto a render conto a un semplice frate? È con la Santità Vostra che ho chiesto quest'abboccamento.'

Papa Alessandro, con una tunica da nulla in confronto a quella del visitatore, restava assiso in silenzio e nella stanza in cui teneva i colloqui di carattere più privato non c'erano altri che loro tre. Il vescovo pensò fosse più conveniente rispondere in tono dimesso:

"È stata la cittadinanza del borgo di Firenze, delle quattro porte, Duomo, San Pancrazio, Santa Maria e San Pietro le quali hanno trovato il modo di accordarsi proprio per l'occasione."

"Poi tale nomina è stata presentata al marchese di Toscana?"

"Certamente, frate. Il Barbuto … il marchese Goffredo di Lorena ha dato il suo placet."

"Quindi" insistè l'ometto nel suo saio di tela grezza, "siete diventato così il capo di quella diocesi?"

"Sì, proprio. E provvedevo alla riscossione, come da uso consolidato, di un terzo dei raccolti dei contadini e di un terzo dei guadagni dei borgatari.

Tolta la decima ecclesiastica e una minima parte per le mie spese la rimanenza la versavo al Barbuto … al marchese."

"Siate breve, vescovo Mezzabarba" intervenne il papa. "Cosa siete venuto a chiederCi?"

"Santità, comunque sia stato nominato ho avuto la guida di un gregge Vostro: sono parte della Chiesa e desidero essere reintegrato nella mia giurisdizione.

I fiorentini mi hanno cacciato a furor di popolo e sostituito con un altro vescovo. Perchè? chiederete. Permettetemi di spiegarmi.

Quei popolani volevano tutto l'introito per la città stessa e tutti i conteggi, anche le mie spettanze, dovevano essere sottoposti all'approvazione dei loro delegati. La cosa, ovviamente, non mi andava a genio.

Le loro ragioni erano che, in caso di pericolo, se un tempo ci si rifugiava presso il castellano era giusto sottostare alle sue 'angherie' in cambio di tale servizio. Essendo diventata cinta e difesa come e più di un castello, la città non vuole più pagare alcun tipo di obolo. Il titolare del feudo imperiale, sostengono quei villani, non ha da offrire più benefici come corrispettivo."

"Vescovo Mezzabarba" interruppe frate Ildebrando, "spettava al defunto Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, reinserirvi nella vostra giurisdizione.

Alla Chiesa la decima dei fiorentini è sempre pervenuta, da voi o da altri.

Sappiamo anche che il nuovo vescovo di Firenze, col pieno appoggio del suo popolo, va annettendo varie altre comunità all'intorno presentando il fatto come 'spontanea donazione di sè'. Per quelle versare un terzo dei propri introiti all'uno o all'altro non fa differenza, ma riteniamo che ai cittadini ciò è gradito perchè così si sentono più forti e meglio serviti.

Comunque sia, ciò poco ci cale. È la contessa di Canossa la nuova feudataria imperiale che, se vuole e se può, dovrà occuparsene per riprendersi il suo."

"Santità, agivo come gastaldo di Goffredo il Barbuto, di colui che ha combattuto al Vostro fianco contro l'antipapa Onorio. Pensavo che anche per questo potessi ottenere giustizia rivolgendomi a Voi.

Dovrò, quindi, chiederlo a Canossa un intervento efficace come se la contessa fosse più di Voi?" proruppe l'istante, esasperato.

"No, vescovo" decise Alessandro Secondo con tutta la sua autorevolezza, "l'avete detto voi stesso: voi fate parte della Chiesa, ormai; appartenete a Noi."

L'uomo, spaventato, non mostrava più alcuna sicumera:

"Santità, io sono un uomo d'armi. Non ne so niente di religione!"

Sgherri e preti, chissà come, erano affluiti nella stanza.

"Voi" riprese Ildebrando "seguirete degli opportuni ammaestramenti, sotto custodia ovviamente.

Siamo coscienti che non diventerete mai un vero vescovo, ma vedrete che dandovi della liturgia e del corretto latino sapremo far di voi un chierico decente.

Per inculcarvi il dovere dell'umiltà vi destineremo alla clausura nelle segrete di Castel Sant'Angelo dove dovrete provvedere ai bisogni di tanti popolani incarcerati simili a quelli che, senza volerlo, hanno dato conforto e benessere a voi.

Imparerete anche gli altri doveri che il vostro stato ecclesiastico comporta, come l'obbligo di povertà: affiderete a Madre Chiesa tutte le vostre proprietà..."

"Cosa?" annaspò Mezzabarba. "Non avete il diritto di defraudarmi della roba mia, destinata ai figli miei."

"Voi forse non sapete che tutti i sofferenti diventano figli nostri. Di quelli non ve ne mancheranno certamente.

Poi, un'altro vostro obbligo sacramentale è l'obbedienza ai vostri superiori. È grazie a esso che Noi sulla vostra persona abbiamo la giurisdizione totale e perenne" concluse il papa.

 

Marco Marchetta

 

(Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento al prossimo sabato, 21 luglio, con altri due racconti)


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