IL CRONISTORICO - 20
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LE FISIME (1554)
L'interrogatorio chiesto dal duca di Ferrara cominciava a diventare problematico, come il teologo aveva ben previsto.
"Abate Cotrot" lo apostrofò la duchessa Renata, "riconoscetemi il rango principesco, prego. Essere diventata la consorte del signore di una provincia italica non cancella i miei natali di figlia di un re."
"Come desiderate voi, madama reale.
Sappiate, però, che il duca Ercole, vostro marito, pensa siano anche queste delle fìsime insopportabili: il re, vostro padre, sono quasi quarant'anni che è scomparso e con lui i Capetingi. Come si sa bene nella nostra terra regnano i Valois-Angoulême."
"Attento a voi, abate! Ho chiesto al mio signor consorte di rispedirmi nel mio castello di Montargis e, una volta in Francia, il mio rango tornerà a farsi sentire: i regnanti attuali sono sempre miei parenti."
In quel parlare l'abate poteva risentire il suono della propria lingua ma era l'unico piacere che provava nell'avere a che fare con quella donna. Abituato a comportarsi da rigido pedagogo sentiva una gran voglia di scaricare calci nel sederone obeso della sua insopportabile conterranea. Se l'avesse fatto, forse, il duca gli avrebbe dato un premio supplementare.
"Madama reale" riprese con affettata umiltà, "il duca, vostro marito, ha da lamentare una insufficiente pratica carnale con voi."
"Non per mia causa. È lui che trascura il talamo coniugale: lui trova che damigelle e popolane sono ugualmente buone per scaldargli il letto.
Comunque, in tal senso ritengo mi abbia praticata quanto basta per donargli sette figli."
"Perdonatemi, madama reale, ma" e Cotrot, pur sapendo che la signora non contasse più nulla, si sentì obbligato a mormorare, "il duca è convinto che facciate la dolce con un vostro cavaliere."
"Parlare di matematica e di filosofia con chi può capirmi significa fare la dolce? Ho curiosità per tutto quanto mi tenga desto l'intelletto. Sarà un'altra fìsima mia ma sono fatta così.
Dite al duca che può giacersi con me ogni volta possa desiderarlo e non gli chiedo neanche di preavvisarmi la visita ma solo di ricorrere a delle opportune abluzioni preventive; altra mia fìsima, abate."
"Madama reale, io sono un teologo e quindi non starò a insistere su altre caratteristiche vostre che il signor duca definisce fìsime. Accennerò brevemente a esse con la speranza vogliate eliminarle nell'interesse della vostra intesa coniugale: l'abbigliamento non conforme alla moda di corte, 'alla portoghese', e l'uso di forchette a tavola invece degli stecchi profumati che usano tutti a infilzar vivande.
Io, madama reale, sono chiamato qui principalmente perchè voi spalleggiate la Riforma luterana: avete dato asilo, da un ventennio in qua, a tutta una serie di eretici, fuggiaschi dai rigori dell'Inquisizione."
"È vero, abate. E allora? Voglio che il mio spirito e il mio intelletto siano liberi da ogni costrizione e lacciuolo della vostra opprimente tutela.
L'Inquisizione si sta divertendo a bruciare chi vuole a suo capriccio. Vediamo se è capace di fare lo stesso alla discendenza di un re!"
Quando il duca fu informato dell'esito fallimentare di quell'incontro si sentì cascar le braccia:
"Abate, ma davvero quella non capisce che finirà sul rogo, re o non re per lo mezzo?"
"Signor duca, la signora duchessa è stata convinta all'idea della predestinazione e all'inutilità di intermediari fra lei e il Creatore.
Lei trova ciò conveniente perchè così evita le preghiere, le messe, le cerimonie di corte ed, essendo ogni sua giornata libera dai vari doveri spirituali, può dedicarsi a tempo pieno ad attività che considera 'più creative'.
Non è ateismo ma certo così non dedica a Dio neanche un attimo della sua vita.
È convinta di essere una prescelta all'eterna beatitudine comunque faccia: 'Dio non vorrebbe vicino, certamente, dei plebei e se mi ha voluto principessa per nascita è perchè, qualunque azione svolga, in bene o in male, Lui mi ha già predestinata a starGli accanto'; questo ha detto!
Con tali convinzioni lascia che si cucini di grasso anche il Venerdì Santo, non si comunica con Nostro Signore e ammaestra i figli in tale disciplina.
Non possiamo lasciargliela passare, proprio a lei, così influente e conosciuta da tanti eretici! Bisogna dire a tutti che la Chiesa punisce qualsiasi eresia senza guardare in faccia a nessuno. Ci vuole l'esempio! Ci vuole il rogo, signor duca!"
Ercole Secondo d'Este era rimasto a rimuginare su quella teoria così originale che fino allora non aveva mai neanche voluto ascoltare. Ora, grazie al teologo francese, non solo l'aveva capita ma la stava prendendo seriamente in considerazione.
Pensava alle ore giornaliere trascorse negli 'assolvimenti dell'anima': rosari interminabili, le messe quotidiane, i digiuni e le penitenze devozionali. Tutte quelle erano cose dolorose, noiosissime e anche inutili se, da 'nato bene', sarebbe andato comunque in Paradiso pur non subendole.
"Ma quale rogo e rogo, signor abate Cotrot!
Voi state parlando di Renata di Francia, figlia di Luigi Dodicesimo!"
"Ma, ma..." cercò di raccapezzarsi il religioso, "la signora duchessa ha ospitato Calvino sotto il nome di Carlo d'Heppeville, sfuggito agli inquisitori grazie a lei. Ha ospitato frate Ochino, uno scomunicato."
"Queste son cose che non ho mai saputo" affermò il duca mentendo spudoratamente "e non voglio certo crederle adesso solo perchè me le riferite voi.
Badate alle vostre parole se non volete incorrere nella nostra ira!"
Dopo un poco riprese con fare conciliante:
"Caro abate, potete ritornare in Francia al più presto e vi farò dare il compenso pattuito senza che vi affanniate ulteriormente.
E fate conto di non aver mai colloquiato con la signora duchessa. Intesi? Penserò io a farle intendere ragione, state tranquillo e a farle passare le fìsime!"
"Sarete servito, signor duca.
Papa Paolo Terzo, con una bolla pontificia, mise la signora vostra sotto la sua speciale protezione. Quel pontefice è morto da qualche anno ma farò conto che la sua volontà sia ancora vincolante."
"Bravissimo, il mio abate Cotrot."
Rimasto solo, Ercole diede immediate disposizioni perchè Renata tornasse a palazzo dal suo esilio campagnolo onde farsi ragguagliare meglio sulla 'predestinazione' e cominciò a elaborare qualche scusa buona per disertare la funzione del vespro.
Marco Marchetta
GLI ESULI (750 a.C. / 25 a.C.)
Che ne sapevano quei buzzurri scalmanati di essere tutti 'villanoviani', tutti parte di una stessa gente? Avevano imparato a ficcare nel terreno asciutto i pali delle loro palafitte ma non ancora a come togliersi di dosso la fame atavica senza depredare i vicini.
A trascinare un centinaio di ragazzoni di Lavinio contro gli abitanti di Alba Longa era stato Remo spalleggiato dal gemello Romolo. Da bravi aggressori contavano sull'elemento sorpresa ma trovarono gli albalongani già in allarme e se non si fossero dati alla fuga avrebbero fatto tutti una brutta fine. I superstiti, stanchi e affamati, giunsero dopo due giorni al fiume.
Su una collinetta lì nei pressi c'era un pugno di capanne: qualcosa da saccheggiare.
Remo in cerca di un facile riscatto si lanciò all'attacco incitando i compagni. Ricevette un colpo di lancia all'addome da uno dei tre difensori, presto uccisi, e rimase agonizzante sul terreno.
Oltre quelli al ferro degli invasori si offrivano solo femmine e bambini del tutto inoffensivi.
"Siamo gente dei Sabini" rispose una di loro, Terzia Risuta.
"Come campate?" chiese Romolo.
"Traghettiamo sul fiume, commerciamo quello che fabbrichiamo, che raccogliamo o che si coltiva, ci danno qualcosa quelli che facciamo foxxxre, si dà addosso a qualche viandante straniero ben fornito e cose così.
Siamo una quarantina fra donne e piccoli. Tre maschi erano pochi per proteggerci e anche per il resto. Rimanete con noi."
"Che ne dite, amici?" domandò Romolo facendosi sentire da tutti i suoi. "Dall'altra parte ci sono gli Etruschi che forse non ci rivolgeranno lo stesso invito."
Con il passare degli anni e con l'arrivo di altri sabini e fuggiaschi da ogni parte l'abitato sul Palatino si estese un po' a tutte le alture adiacenti attorno al Tevere.
Da una terrazza naturale sul Gianicolo i tre portavoce di quella compòsita comunità, Romolo per i laviniani, Tito Tazio per i sabini e la Risuta per le donne comuni guardavano in basso il fiume, i ponticelli a pedaggio che collegavano l'isola Tiberina alle sponde e la città di capanne sparpagliate fra i colli. Fra esse spiccavano per le maggiori dimensioni le uniche costruzioni in tufo: due santuari e la casa curiale sul Capitolino.
"Io continuerei a chiamarla Accoglienza" propose Terzia.
"Alba Sabina deve essere il suo nome definitivo!" asserì Tito. "Primo perchè i Sabini sono di più e secondo perchè prevedo che nel Lazio ci sarà una sola Alba che conterà fra poco."
"No!" ruggì Romolo. "Quel nome lo voglio cancellato del tutto! Questa città si chiamerà Ròmola perchè sono stato io a conquistarla e ad ampliarla!"
I due sabini si scambiarono un'occhiata: a un simile tipaccio era meglio dar ragione e fare spallucce. Anzi finsero entusiasmo per la felice scelta purchè avesse corretto un po' quella derivazione così sfacciata: Roma sarebbe andata meglio.
'Ecco' si dice Tito Livio finendo di leggere, 'se voglio scrivere la nostra storia ab urbe condita dovevo conoscere anche questa tradizione orale riportata da Ennio.
Dovrò correggere un po' un'origine tanto volgare: non credo che i valorosi padroni di tutto il mondo civile conosciuto gradirebbero sapere di discendere da puttane e grassatori.
Vediamo un po': qui ci vuole una vestale, madre dei gemelli ... casta finchè ingravidata nel sonno dal dio Marte. Il perfido Amulio li abbandona al Tevere e i poveri piccoli, usurpati di un regno, dove si vanno ad arenare? Proprio dove fonderanno Roma.'
Marco Marchetta
(Ringrazio chi legge e gradisce. A sabato prossimo, 28 luglio, con un altro racconto)