IL CRONISTORICO - 4
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I CÀTARI
(1209)
Filippo Augusto, in trono, riceve i convocati che continuano a lanciarsi occhiate di fuoco.
Raimondo di Tolosa fa il gesto di poggiare a terra il ginocchio e lo fanno anche Simone di Montfort con a fianco il legato pontificio Arnoldo. È a quest’ultimo che il re si rivolge:
“Ditemi, monsignore, sono dieci o venti le migliaia di abitanti di Bèziers di cui avete eseguito il massacro?”
“Non li ho contati, maestà. Si tende sempre a esagerare in casi incresciosi come questo. Ma ne sono addolorato.”
“Quanti?” insiste il re. “Era gente di Francia. Chi vi ha dato quest’ardire?”
“Sì, erano ventimila. Ma è il papa che l’ha voluto.”
“È Innocenzo Terzo che comanda ora sulle mie terre?”
Tutti i presenti pensano ‘terre accresciute a spese di Riccardo Cuor di Leone e di altri’.
“È inutile rispondere, Arnoldo” continua il re e rivolto a Raimondo: “Voi, conte, che ne dite? Albi è nelle terre della vostra Tolosa e anche la devastata Bèziers.”
“Io chiedo giustizia e vendetta contro costoro, assassini e grassatori da trivio!”
“Non vorrete” interviene Simone “che costui e i suoi Catari albigesi, eretici e profanatori di monasteri la facciano franca? Dio vede e punisce!”
“Lo so, lo so” e il re li squadra cercando il punto debole in loro per continuare la propria politica. “Voi siete davvero l’ ‘Atleta di Dio’, come tutti dicono, Montfort, per lo zelo che mostrate nel condurre questa Crociata di sterminio.
Innocenzo non ha interesse a far perdere alla Chiesa il suo sfarzo e proseguirà con le corruttele e le sopraffazioni. I Catari, al contrario si considerani ‘i Puri’, non lo sopportano vedendo in lui l’Anticristo e gli si oppongono. Hanno forse torto?”
“Le Cose Divine devono essere difese a mano armata contro ogni attacco sacrilego” asserisce Arnoldo. “Lo vuole Dio!”
“E non hanno questi Catari depredato chiese e conventi?” lo appoggia Simone. “E Dio dovrebbe tollerare questi vandalismi nei Suoi possedimenti?”
“Per questo” replica Raimondo “si uccidono indiscriminatamente migliaia di innocenti e fedeli cattolici colpevoli solo di risiedere assieme ai Catari?”
“Questa me l’hanno raccontata” ridacchia Filippo Augusto. “Foste voi, monsignor Arnoldo, ad affermare spada in pugno: ‘Ammazzateli tutti. A riconoscere i Suoi ci penserà il Signore’?”
Sia il prelato che gli altri restano in raccolto e tormentoso silenzio.
“Raimondo di Tolosa” conclude il re prima di congedarli, “mi dispiace per voi ma non amo appoggiare le cause perse. E la vostra lo è.
Simone di Montfort, voi agirete per conto mio e dei miei vassalli, oltre che per ordine del papa. Estirpate coloro liberandoci da quelli che non sanno essere buoni cristiani. Cercate solo di risparmiare i miei buoni sudditi.
Che questa assurda Crociata finisca al più presto e col minimo delle devastazioni!
Un giorno, chissà, quelle terre potrebbero appartenere al Regno di Francia.”
Marco Marchetta
ADALOALDO
(625)
Il re è giovane, biondo e preoccupato.
I duchi, nell'Alto Consiglio dei Longobardi lo accusano di varie colpe che lui rigetta alla bell'e meglio. Quei signori dovrebbero avere il compito di spalleggiarlo contro eventuali nemici ma ora sono loro che lo attaccano furiosamente.
"Tu non hai ancora un erede maschio" getta fuori Ghisulf e nel suo rabbioso latrare tintinnano gli orpelli della sua armatura; "forse ti manca il vigore per farne!"
"Non è detto, caro duca" lo rimbecca Adaloaldo. "Ritengo di avere messo nel corpo di molte delle nostre donne figli in abbondanza. Hai chiesto mai a tua figlia Freya, vedova da poco, con chi ha concepito tuo nipote Walfrid?"
Ghisulf è impietrito e fissa il giovane ferocemente.
Si alza Tàtone:
"Tu, re, non muovi guerra a nessuno. Riteniamo tutti che non hai il fegato di uccidere neanche un pollo. E questo non è da longobardo!"
"Sighbert!" chiama Adaloaldo e quando sente alle spalle quello schiavo discendente di gèpidi sconfitti si volge estraendo al contempo lo spadone di Tàtone. In un istante la testa e il resto di Sighbert giacciono separati.
"Dicevamo?" chiede ironicamente restituendo l'arma. "Vi siete guardati intorno? I nemici sono dappertutto: Franchi, Àvari, Bulgari … e sono forti. Mio padre Agilulfo li ha neutralizzati. Vogliamo davvero trascinarli di nuovo in battaglia? Che ci guadagneremmo?
Noi una patria l'abbiamo trovata e l'Italia potrebbe essere tutta nostra se non ci fosse Bisanzio a contrastarci. Ma su questa terra per ogni longobardo ci sono venti italici. Li vogliamo dalla nostra parte, o no per inserirne tanti nelle nostre schiere prima di aggredire i bizantini? E per ottenere questo occorre, o no avere papa Onorio in appoggio?
Prima di combattere bisogna stabilire dove è più utile farlo e in che maniera risulta più vantaggioso. Più del fegato è il cervello che va usato. Le guerre fatte solo per menar le spade ci rendono utilmente più deboli: anche i Bizantini vorrebbero l'Italia tutta per loro, o no?
Se ritenete che ci sia del vero in ciò che ho detto perchè non la smettete di contrastarmi?"
"Riesci sempre a cavartela, Adaloaldo" fa Walliamer, "come una serpe nel fieno. Ma tu sei cattolico proprio come tua madre. La regina Teodolinda segue quella fede e tu ti lasci guidare da lei da bravo agnellino."
"Agnelli, polli … anche tu con queste bestialità, fido Walliamer?" commenta tristemente il re accorgendosi che ogni cosa diventa un buon motivo per esautorarlo. "Se fossi meglio informato sapresti che ho confinato mia madre in convento.
Riguardo il credo religioso a te la fede nell'arianesimo chi l'ha inculcata?"
"Beh, sì, mia madre, certamente, o re, quand'ero bimbo."
"E la mia ha fatto lo stesso con me. Perchè te ne meravigli?"
La logica c'è e Adaloaldo si accorge, guardando in giro, che sono tutti d'accordo con lui.
"Allora" prova a dire, "perchè non volete che regni?"
"Perchè... , perchè..." si mette a sbuffare Arioaldo, suo cognato, in cerca di un movente, "perchè sei odioso! E, compagni, facciamola finita!"
Alla fine il complotto si perfeziona e Adaloaldo è condotto via verso la sua prigione.
Arioaldo, capo della fronda, riprende:
"Signori, così non va bene. Propongo che le decisioni prese a maggioranza dal Consiglio non vàdano giustificate. Sennò così non riusciremo a decidere più nulla."
Forse in tal modo, fra quei rudi guerrieri, si comincia a concepire il principio della 'ragion di stato'.
Marco Marchetta
SAMUELE
(1050 a.C. / 1030 a.C.)
Parlava il Giudice con la voce sufficiente per giungere lontano e le facce dei rappresentanti di tutte le tribù erano attente. Seppure la parola di Samuele non fosse legge era la più autorevole nella tribù di Levi e aveva il suo peso presso tutti gli Ebrei. Stava dicendo:
"Fratelli, credo di avere svolto i miei doveri sacerdotali nelle maniere strettamente comandate e di essere stato fermo nel condurre i nostri guerrieri contro i nemici. Però per combattere occorrono tempre più ruvide della mia e, soprattutto, più giovani.
Posso continuare a servire Jahveh ma ci vuole qualcun altro per condurre le nostre schiere in battaglia. Se lo volete troverò io chi potrà farlo."
Come sempre il popolo eletto dovette discutere a lungo prima di digerire la cosa, anche perchè uno che facesse pressione per mollare una posizione di potere più che per rafforzarla non si presentava con frequenza.
Samuele diede loro un'ultima spinta per farli addivenire a un accordo:
"Fratelli, quello che occorre non è un nuovo Giudice, qualcuno che ora c'è e ora non più, seguito o non, con l'autorità che termina contemporaneamente al compito che gli si affida.
Così come si è voluta, la figura del Giudice fa in modo che i suoi impegni e sforzi in difesa e a vantaggio della nostra gente siano sempre scarsi e inefficaci. I progetti e le prospettive di un Giudice non hanno una sicura continuità e spesso restano irrealizzati. Ciò evita possibili tirannie ma non creerà mai la base per riunire in un forte popolo tutte le tribù ebraiche.
Un vero governo deve durare ed essere trasferibile a un successore. Ci vuole un re! A lui tutti dovranno obbedienza e fedeltà pena la morte per i riluttanti.
Lui, col favore di Jahveh, dovrà impegnarsi esclusivamente a vantaggio del popolo eletto, pronto ad accorrere in soccorso di qualsiasi tribù in pericolo.
Adesso, con un Giudice che vien seguito solo se non si ha altro da fare, ogni stirpe d'Israele è pari ai Gebusei, ai Moabiti, agli Amaleciti, gente sparsa condannata a cadere, prima o poi, sotto il tallone dei Filistei ad adorare idoli di pietra.
Vogliamo questo?"
Il 'no' urlato con rabbia da ogni gola fece sentire tutti come un solo uomo.
Samuele, in effetti, non per altruismo, cercava un soggetto che si assumesse l'onere della guerra e i fastidi del governo di gente assolutamente ingovernabile.
L'uomo che faceva al caso suo sembrava essere un certo Saul, un buzzurro pecoraio senza alcuna sensibilità, un soldataccio prepotente e fegatoso che in battaglia realizzava pienamente i suoi istinti belluini.
Quel tipo avrebbe potuto essere manovrabile e Samuele si sarebbe riservato una posizione comoda e di riguardo al contempo.
“Potrei presentarti come loro re" gli propose. "Saprai essermi riconoscente quando sarai consacrato?"
"Se farai questo per me" promise Saul, "sarà come se regnassimo assieme."
"Condurrai il nostro esercito in battaglia senza mai risparmiarti?"
"Questa sarà l’attività più piacevole del mio regno. Se tutto Israele mi seguirà farò in modo da ottenere rispetto e timore da tutti i popoli intorno."
"Ti seguiranno se tu mi proclamerai 'profeta', l'unico figlio di Levi autorizzato a far conoscere la volontà di Jahveh al popolo."
"Io non dovrò mai celebrare a Jahveh?"
"Non avrai di queste incombenze: pensa a regnare che alle cose divine penserò io.
E, Saul, bada a questo: se farai il prepotente, se ti arrogherai quello che non ti spetta e se non mi ascolterai ricordati che Jahveh sa creare così come sa distruggere. Mi capisci?"
"Certo. Non avrai da pentirti di avermi scelto, profeta."
Samuele, esautorato da Saul e decaduto da ogni carica prestigiosa, ovviamente era pentitissimo della scelta fatta. Essere di parola e mostrare gratitudine erano sentimenti che non albergavano nell'animo del re.
Il profeta cercava una rivincita servendosi di qualcuno da contrapporre al tiranno.
Davide avrebbe potuto fare al caso suo: aveva ucciso in una singolar tenzone un erculeo capo filisteo e per questo era riuscito a impalmare la figlia del sovrano. Però anche lui era un buzzurro pecoraio senza la minima sensibilità, un soldataccio prepotente e fegatoso abituato ad anteporre il suo interesse egoistico a quello altrui.
Samuele cercò invano qualcuno più adatto. Nel consacrarlo secondo re di Israele si augurò uno 'speriamo bene' e non riuscì a esimersi dal lamentarsi con Jahveh:
"Visto che questo sarebbe diventato il tuo popolo eletto, Signore, non potevi aiutarlo a rendersi un poco più civile?”
Marco Marchetta
L' ORDALÌA
(542)
"Come, lesa maestà?" urlò Valdemir e le pareti della sua casa sembrarono tremare. Indicò la moglie. "È stato lui o chi a tenersi sotto la mia Urgrid?"
Dalleh, fido compagno di tanti scontri armati, cercava di calmarlo:
"Valdemir, Tòtila è il re."
"E questo gli dà il diritto di abusare della donna di un guerriero?"
"Assolutamente no ma è successo; e, per questa sua mancanza, come guidrigildo ti ha fatto consegnare un bel po' di argento. Tu il guidrigildo l'hai accettato."
"Sì. Ho fatto vendetta, forse?"
"Tu l'hai insultato, amico. Hai detto che per quanto ci abbia provato per un'intera notte con Urgrid non sia riuscito a fare niente."
"Io non c'ero, Dalleh. Se l'ho detto è perchè lei non mi ha nascosto niente di quello che è successo: Tòtila ha approfittato della mia ebbrezza per prendersi Urgrid contro la sua volontà. Questo è sembrato a chi c’era quando l'ha condotta via.
Me l'ha restituita e mi ha indennizzato: siamo pace così. Se poi non è riuscito ad approfittarne, come dice lei, meglio per me e peggio per lui. Perchè non dovrei dirlo in giro?"
"La versione di Tòtila è che Urgrid ha riferito il falso; e di tua moglie ne rispondi tu. Lui si sente diffamato dal sospetto di non essere stato maschio con questa donna."
"E allora?"
"Chiede l'ordalìa com'è suo diritto. C'è la parola sua contro la tua. Chi ha ragione? Tu l'hai provocato e la prova la fai tu."
"Quale?"
"L'erba della cagna. Questo vuole il re. Se Urgrid ha detto il vero Dio ti salverà."
"Va bene, andiamo a berci questa prova, amico caro e ti dico addio. Alle divinità e alle stregonerie non ho mai creduto; al veleno sì.
Si vede che avevo vissuto già troppo."
Il giorno dopo era l'abitazione di Tòtila a tremare per le urla:
"Come? L'erba non ha funzionato? Valdemir è ancora vivo e si sta riprendendo?"
"Tòtila" lo ragguagliò lo zio Balthu, uno dei più valorosi fra gli Ostrogoti e suo fido consigliere oltre che amico, "hanno preparato il filtro in mia presenza.
Dio lo ha salvato e non pensare di dargli un'altra morte perchè nessuno del nostro popolo te lo perdonerebbe."
"Non ferirmi, Balthu. Non ci pensavo affatto. Pensavo invece che, per quanto io sappia com'è andata con Urgrid, tutti adesso sono convinti che con lei non sia stato più valente di un vecchio o di un bambino.
D'altronde sono stato io ad appellarmi al Giudizio di Dio e devo accettarne il responso.
Sai che ti dico? Non c’è nessun Dio a giudicare ed ora ne sono convinto: quella donna ha detto il falso e nessuno è mai uscito vivo da quella prova."
"No, mai a memoria d'uomo, Tòtila."
'L'erba di cagna ha ucciso chissà quanti innocenti, ed ora un colpevole si è salvato' rimuginava il re. 'A proposito di cagna, Urgrid mi invitava a cenni e con lo sguardo quella sera e recalcitrò appena giusto per salvar la faccia. Ha fatto in modo da entrare nel mio letto e portare avanti quella recita per la sola voglia di restare vedova... .'
"Balthu" concluse poi, "sono contento che Valdemir guarisca. Fallo vigilare strettamente da famigli nostri; di' ch'è un ordine del re.
Io sono pronto a sostenere la mia verità accusando io quella donna di falsità, a rischio di subire io l'ordalìa. Il marito sarà ragguagliato pubblicamente e, se vorrà consentire, proverò con lei nuovamente la mia virilità in presenza di chiunque voglia. Allora Valdemir potrà vendicarsi, com'è suo diritto, contro chi desiderava davvero la sua morte; e per farlo non avrà bisogno di ulteriori prove: gli basterà la spada.
Circa l'ordalìa, serve solo a far dei cadaveri innocenti e non credo che eventuali divinità, seppure esistono, vogliano immischiarsi in queste cose. Ne parlerò in Consiglio perchè è tempo di abolirla e con la mia verità appurata voglio vedere chi se la sentirà di considerarla ancora una cosa giusta.
Nel frattempo proteggiamo quel valoroso. Non vorrei, zio, che prima di riuscire a recuperare le forze, salvato dalla 'benevolenza divina' venga ucciso dalla malvagità di un demonio."
Marco Marchetta
(Vi do appuntamento al prossimo sabato, 31 marzo, con altre storie)