IL CRONISTORICO - 11
3 min di lettura
CALATAFIMI
(1867)
Carlo Filangieri, principe di Satriano, ebbe notizia della battaglia di Sadowa e della definitiva disfatta dell'Austria. Ora della Casa d'Asburgo, che si avviava verso un inarrestabile declino, e di quell'impero glorioso non aveva paura più nessuno.
Presa coscienza di questo, l'ottantaduenne generale decise che doveva dare la giusta versione di quanto accadde nel '60: nelle sue 'Memorie' non era stato troppo sincero dato che l'unità d'Italia, a danno dell'imperatore Francesco Giuseppe e suoi associati, era dovuta anche a lui.
Nel guardare dall'alto di San Martino il panorama napoletano, parte anch'esso del regno piemontese, si vergognò di essere stato tanto timoroso e si riconobbe molte iniziative che avevano portato alla disfatta di re Francesco e alla cessazione del dominio borbonico.
A casa si consultò con suo figlio Gaetano:
"Piccerì (ragazzo)" cominciò appellandolo come faceva da più di mezzo secolo, "quando sette anni fa re Franceschièlle mi richiamò a capo del governo io stavo con l'acqua alla gola, con i debiti fino a qua."
Mentre il padre faceva una specie di saluto militare, il figlio chiedeva con espressione stupefatta:
"Ma che dite, papà? E non dicevate niente?"
"E che dovevo dire? Che i vizi li ho sempre avuti, specie il gioco e le donne? E quelli costano assai.
Però il re mi voleva di nuovo, fortunatamente, e ci siamo rifatti le ossa e una posizione. Lo vedi che non è mai troppo tardi?"
"Papà, non me lo dite… Avete approfittato della vostra carica. Avete rubato ed estorto, è così?"
"No, no, ho fatto qualche affare è vero, ma è tutto guadagnato."
"Papà, io pensavo fossimo persone per bene, una grande famiglia dignitosa: il nonno Gaetano, filosofo e giurista..."
"Sì sì. Niente retorica però, noioso! Li vuoi sapere i fatti veri? Poi se vuoi correggere le mie 'Memorie' sarai libero di farlo. Io, per me, vuoto il sacco e poi posso pure morire.
Beh, lo confesso: tasse all'erario ne arrivavano poche, ho venduto parecchi titoli, appalti e prebende e ho fatto affari col Savoia."
"Vittorio Emanuele? Col nemico? Papà!..."
"Non proprio con lui, con Cavour, con La Farina che era il suo emissario. Volevano l'annessione al Piemonte e noi, sotto sotto, dovevamo spalleggiare Garibaldi."
"Un tradimento della corona, insomma."
"E sì, piccerì. Però non ti scaldare troppo, per favore.
I Borboni erano in agonia e nell'attesa dell'ultimo respiro che male c'era a fare i propri interessi? Lo sai che con quel re si lavorava per la gloria? Gratis et amore Dei.
Comunque soldi a palate a Lanza per lasciare Palermo..."
"Ventimila contro i mille di Garibaldi... Eh, già."
"Hai capito mò, Gaetà. E soldi a palate a Persano per non presidiare lo stretto di Messina e, ovviamente, prima si erano versate somme, sempre con la pala, per facilitare lo sbarco a Marsala e al generale Landi per farsi vincere a Calatafimi."
"No. Pure a Calatafimi? 'Qui si fa l'Italia o si muore'. Tutti i picciotti che vanno a dare manforte spontaneamente...
Ma voi, babbo, che ci guadagnavate?"
"Gaetà, e ti devo spiegare proprio passo passo? E quanto sei pesante! Loro pagavano a me le cifre e io ne distribuivo la metà a chi di dovere. Anche così quelli erano contentissimi e il resto lo intascavo io. Me lo meritavo, no? E se no l'Italia e mò la facevano.
Se lo vuoi sapere i picciotti a Calatafimi stavano a guardare per appoggiare chi avrebbe vinto e in quella gloriosa battaglia, grazie ai soldi dati a Landi che fece un'opportuna ritirata, si fece male sì e no un centinaio di gente."
"Papà, sarà l'età ma voi siete diventato tutto scemo. Per me le 'Memorie' le avete già scritte e non ve ne saranno altre!"
(Ringrazio chi legge e gradisce. Appuntamento al prossimo sabato, 19 maggio, con un altro racconto)