IL BARBIERE DI MILANO - Memorie di un innocente
Prologo
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Mi chiamo Gian Giacomo Mora ed è proprio tra queste mura, siffattamente fredde e trasudanti l’umidità della terra, che la mia misera esistenza s’è vista ridotta a un respiro sospeso in un’attesa vana, immersa in un silenzio che grava sull’anima assai più del ferro dei ceppi onde sono avvinto. Quarantadue anni ho contato nel mondo, esercitando onestamente l’arte del barbiere e abituandomi, per quotidiano mestiere, a misurare con cura ogni mio gesto e ogni parola; eppure, mai avrei creduto possibile che la follia, generata dal cieco terrore degli uomini, potesse giungere a calcolare l’incalcolabile e a stravolgere così crudelmente il vero.
Correva l’anno di grazia 1630 e Milano, la nostra diletta città, appariva avvolta da una agitazione sì sottile e pervasiva, simile a quella nebbia che s’insinua traditrice tra i vicoli e le magioni, turbando la quiete di ogni anima. Sebbene l’ombra della peste fosse allora la costante che gravava su ogni umano pensiero, la mia sventura non ebbe origine dal contagio del morbo, bensì da quell’odio e da quella diffidenza che, germinando invisibili nelle menti ottenebrate dal sospetto, sono sempre pronti a colpire chiunque capiti a tiro della loro nequizia.
Ora, mentre me ne sto assiso sul gelido pavimento di questa cella, osservando le ombre che paion danzare sulle pareti al ritmo incerto del mio cuore, odo il rintocco lontano di passi che nulla portano di conforto, se non il presagio di un’altra ora di prigionia. Eppure, sento l’imperioso dovere di raccontare e di porre ordine in questo mio tribolato ricordo, affinché la verità, quella medesima verità che mi ha condotto in questo baratro, non rimanga infine inghiottita dal buio eterno di queste pietre.
Incomincio dunque la narrazione di chi io sia stato e di quali eventi, ora minuti e ora fatali, abbiano intrecciato la mia vita allo sguardo implacabile di quegli uomini che, pur credendosi giusti, s’erano fatti schiavi del proprio spavento. Già il crepuscolo calava sulla città e le ombre delle case si allungavano sulle strade deserte, mutando ogni vicolo in un labirinto di sospetti, ove i pochi lampioni tremolanti gettavano bagliori incerti sulle pietre ancora bagnate dalla pioggia, mentre il vento recava seco l’eco di sussurri indistinti e di passi che s’allontanavano nella notte.