IL BARBIERE DI MILANO - Memorie di un innocente
Prefazione
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Della trasfigurazione ideale di Gian Giacomo Mora nel dramma della storia
(A cura del Prof. Valerio Sforza, maggio 1894)
È con un senso di profonda gravità che ci si accosta a queste pagine, ove la figura di Gian Giacomo Mora, il povero barbiere travolto dalla cieca nequizia del 1630, viene sottratta al silenzio dei secoli. Tuttavia, il lettore che s'aspettasse di rinvenire qui una cronaca fedele al verismo d'accatto, o il dialetto plebeo d'un umile artigiano del Seicento, resterebbe deluso; e di siffatta delusione l'Autore non deve né può farsi colpa.
In quest'opera, il Mora non è ritratto nella sua contingenza storica di uomo di semplice condizione, probabilmente digiuno di umane lettere e sopraffatto, bensì è elevato a simbolo universale dell'Innocenza perseguitata. L'Autore ha operato una scelta che definirò di "giustizia poetica": ha prestato al condannato quella lingua nobile, civile e pensosa che appartiene ai nostri tempi, permettendo così alla vittima di farsi giudice.
S’osserverà, forse con eccessivo rigore filologico, che il Mora qui ragiona con la lucidità d’un saggista e la profondità d’un filosofo della morale. È un anacronismo, sì, ma un anacronismo necessario e nobilitante. Se egli analizza la meccanica del sospetto, se svela con parola ferma come la società necessiti d’un capro espiatorio per mondare le proprie paure, non lo fa per vanità intellettuale, ma perché il martirio — nella visione dell'Autore — dona una vista soprannaturale. Nell'imminenza del supplizio, il Mora di queste pagine cessa di essere un barbiere per farsi "Coscienza".
Egli guarda i suoi giudici non dal basso del suo banco di tortura, ma dall'alto di una superiore dignità d'intelletto.
Questa voce, che a tratti pare distaccata come quella d’un anatomista dell’anima, è l’unica che possa davvero narrare l’orrore della Colonna Infame senza cedere al mero lamento. Il Mora saggista è, in verità, l’unico Mora capace di spiegare a noi, uomini del secolo decimonono, come il male possa trionfare non per malvagità estrema, ma per il vile tremore dei pavidi.
L'Autore ha dunque inteso edificare, più che un romanzo, un monumento morale. In esso, la parola antica si fa specchio di una verità eterna: che la Giustizia, quando smarrisce la via del Vero per inseguire il plauso della moltitudine delirante, cessa d'esser tale e si fa carnefice. Che il lettore accolga dunque questo testamento spirituale non come il diario d'un uomo, ma come il grido lucido e disperato della Ragione che soccombe sotto i colpi dell'ignaro fanatismo.