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IL BARBIERE DI MILANO - Memorie di un innocente

Capitolo I -L’arresto e la prima cella

5 min di lettura

“Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura”

(Dante, Inferno, Canto I,1-2)


Non svanirà mai dalla mia memoria il ricordo di quel giorno infausto, in cui le porte della mia libertà, fino ad allora spalancate sulla rassicurante routine del quotidiano, furono strappate dalla realtà medesima con la violenza di un velo lacerato da mano impietosa. In quel tempo, Milano appariva come un cuore palpitante di segreti timori, sospesa in un equilibrio precario tra una parvenza di normalità e le ombre minacciose di un sospetto che s’insinuava ovunque. Eppure, nulla nella misura dei miei giorni, scanditi dal ritmo pacato del lavoro, mi aveva preparato al

ferale istante in cui alcuni uomini, ammantati di fosche vesti e con lo sguardo reso duro da una severità priva di volto, varcarono la soglia della mia bottega.

«Gian Giacomo Mora?» chiese uno di loro, con una voce che risuonò ferma e inamovibile come la pietra.

«Io… sì,» risposi balbettando, mentre sentivo un gelo sottile percorrermi le ossa e gelare il sangue nelle vene.

«Che cosa… che cosa mai bramate da me?»

«Seguiteci,» ribatté l’altro, senz’ombra di pietà nello sguardo, «poiché è per il vostro medesimo bene che agiamo».

Costoro non erano ladri, né vili assassini che cercavano il guadagno nel sangue; erano, al contrario, la legge stessa incarnata nella sua forma più spietata e io, uomo di umili natali ma fino a quel momento onorato e rispettato dai concittadini, mi ritrovai d’un tratto ridotto a un semplice nome, una figura tragica destinata a essere divelta dalla propria vita ordinaria.

Uno di loro, un uomo tarchiato con una vistosa macchia di grasso che gli lordava il colletto inamidato della giubba, mi afferrò il braccio con dita tozze e umide; lo sentivo respirare affannosamente vicino al mio volto,

Un fiato pesante di vino cattivo e d’aglio che rendeva quell’atto di giustizia una faccenda misera, quasi volgare. La sua mano non mostrò esitazione alcuna, mentre l’eco del suo passo, cadenzato e solenne, riecheggiava nella mia mente come un tamburo che annuncia la guerra. Proprio sulla soglia della bottega, mentre venivo spinto con forza verso il selciato, m’investì per l’ultima volta l’odore dolciastro dell’olio di mandorle e delle essenze di lavanda che usavo per i clienti più fini: un profumo di pulito, di casa, che pareva implorarmi di non abbandonarlo. Ma fu un istante soltanto, poiché subito il vento caldo del vicolo, carico di quel sentore di liso e di marciume che ormai ammorbava la città, mi schiaffeggiò il volto, riportandomi alla cruda realtà del mio arresto. Ogni passante che si voltava, ogni occhio che incrociavo lungo il cammino, diveniva il testimone involontario di un destino che pareva già irrevocabilmente segnato. Non vi fu spazio per alcuna discussione, né potei articolare supplica alcuna che valesse ad arrestare il fluire inesorabile del fato. Mi presero con fermezza assoluta, quasi che il loro gravoso compito fosse parte di un disegno superiore, una forza implacabile alla quale non era concesso opporsi.

«Non fate errori,» mormorai tra me e me, quasi a voler rassicurare la mia stessa anima, mentre venivo scortato fuori da quel luogo che era stato il mio rifugio. «Voi non potete comprendere ciò che accade…».

E mentre attraversavo le vie della città, percependo il brusio sommesso della folla che s’assiepava timorosa dietro le imposte e i balconi, sentii gravare su di me la consapevolezza di ogni singolo passo: non camminavo più con la leggerezza dell’uomo libero, ma come l’inconsapevole protagonista di un giudizio che avrebbe presto superato ogni mia umana comprensione. In quell’istante fatale, tra il fragore dei passi sul selciato e il fruscio dei mantelli, compresi che la mia storia non mi apparteneva più in via esclusiva, poiché s’era ormai indissolubilmente intrecciata al destino di una città sospesa nel baratro della paura. Ogni metro che mi separava dalla prigione appariva come un inoltrarsi nella memoria che avrei poi, con fatica, tentato di narrare, sentendo per la prima volta tutto il peso di quelle ombre destinate ad accompagnare ogni mio futuro pensiero.

Varcata infine la soglia del carcere, un odore acre e persistente di muffa e d’umidità mi assalì i sensi, serrandomi la gola in una morsa invisibile.

Le pareti, scure e incrostate di sporcizia, riflettevano a stento la luce vacillante di una torcia malferma, mentre il pavimento, bagnato e scivoloso, pareva esso stesso respirare l’angoscia accumulata nei secoli.

«Entrate qui,» ordinò uno degli agenti con voce secca, indicandomi la bocca della cella, «è in questo luogo che rimarrete sino a quando il giudizio non sarà solennemente pronunciato.»

Obbedii con rassegnazione, cercando però di imprimere nella memoria ogni fenditura di luce e ogni minima irregolarità della pietra. Non v’era conforto alcuno in quell’antro: il silenzio era rotto soltanto dal gocciolio monotono dell’acqua e dal lamento soffocato di altri sventurati, ombre indistinte che si muovevano con passo lento, ognuna prigioniera della propria attesa e di un indicibile timore.

«Chi siete voi?» mi domandò una voce rauca e incerta proveniente dal muro opposto.

«Gian Giacomo Mora,» risposi, sforzandomi di infondere una qualche fermezza nel tono, «barbiere in Milano. E voi, chi siete?».

«Pochi sono i nomi che conservano valore in questo luogo di dolore,» mormorò lo sconosciuto prima di ricadere in un silenzio tombale, quasi temesse che ogni parola potesse mutarsi in un tradimento.

Mi assisi allora sul gelido pavimento, avvertendo sulle carni il peso di ceppi invisibili, fatti d’attesa e di terrore. Mentre il buio mi avvolgeva, mi domandai con un tremito se questa tenebra fosse il segno d’una collera divina che la mia povera mente non riusciva a penetrare, o se Dio avesse semplicemente voltato lo sguardo altrove, lasciando che noi, misere creature di fango, ci sbranassimo nel nome d’una salvezza che nessuno osava più sperare. Il silenzio si fece complice dei miei tormenti: ogni ricordo della vita trascorsa all’aperto, ogni gesto ordinario e ogni volto di cliente che aveva frequentato la mia bottega si condensavano ora in un alone di struggente nostalgia e di amaro rimorso. Ma era il tempo medesimo, rimasto come sospeso tra quelle mura infami, a suggerirmi che nulla sarebbe più tornato come prima: il mio nome, la mia storia e la mia stessa esistenza erano ormai divenuti parte del destino di una città preda del terrore più cupo. Seduto nel buio, sentivo la città respirare ancora, seppur lontana e del tutto ignara del mio misero destino.

Fuori, la peste aleggiava invisibile tra le strade e i tetti come un velo funesto, mentre ogni rumore remoto che giungeva ai miei sensi mi rammentava che, nonostante tutto, la vita continuava il suo corso, lasciandomi stretto tra il ricordo di ciò che ero stato e l’ombra inquietante di ciò che sarei divenuto.

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