IL BARBIERE DI MILANO - Memorie di un innocente
Capitolo II – Voci e sospetti
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“E come quei che son sospesi in dubbio,
temendo ogn’ombra e giudicando ogni gesto”
(ispirazione libera da Dante, Inferno, Canti II-III)
Non era tanto la nuda pietra di quel carcere a schiacciarmi lo spirito, né l’aria malsana e greve che ristagnava immota tra quelle mura, quanto piuttosto l’incessante mormorio delle voci che s’insinuavano ovunque. Nel cuore della notte, quando le torce andavano ormai spegnendosi e il silenzio pareva scendere lungo il corridoio, ogni prigioniero sentiva il bisogno di sciogliere la lingua, quasi che il parlare fosse l’unico baluardo rimasto contro l’ignoto. Erano parole che correvano più ratte dei topi tra le ombre, portando con sé un veleno assai più sottile di quello che si diceva infestasse la città.
«Corre voce che l’untore sia stato avvistato presso Porta Ticinese,» giunse a sussurrare un uomo alla mia destra, con un tono che pareva voler invocare una qualche spiegazione a quel disastro.
«Dicono pure,» ribatté un altro con voce strozzata, «che basti un solo sfioramento accidentale ai muri per segnare la condanna d’un intero quartiere».
Io me ne restavo in disparte, avvolto nel mio silenzio, poiché sebbene non conoscessi i volti di quegli sventurati, ben comprendevo il tremore che ne agitava le membra: non era solo il terrore del morbo a tormentarli, quanto l’imperioso bisogno di dare un nome e una forma a chi ne fosse l’artefice. Mi domandavo, con un amaro rimescolamento del sangue, se fossimo noi tutti vittime d’una medesima cecità e se il Signore, nella Sua imperscrutabile giustizia, non stesse mettendo alla prova la nostra carità proprio attraverso l’orrore, trovandoci invece pronti solo all’odio.
Un uomo dal corpo emaciato e con lo sguardo reso febbrile dalla lunga reclusione, s’accostò allora alle sbarre che ci dividevano, domandandomi per quale colpa fossi stato condotto in quel luogo di dolore.
Esitai, conscio che tra quelle mura il solo nome di un uomo potesse già costituire una sentenza. «Gian Giacomo Mora è il mio nome,» risposi infine, «e la mia arte è quella del barbiere».
Egli, udite quelle parole, mostrò un’espressione che non seppi decifrare, osservando come quel mestiere, imponendo una costante vicinanza tra i corpi, apparisse d’un tratto assai pericoloso in tempi di tale calamità. Fu in quel preciso istante che compresi come non fosse la pestilenza a parlare per bocca sua, bensì quella sfrenata immaginazione che spinge gli uomini a cercare un bersaglio su cui scaricare l’angoscia che li divora. Il flagello invisibile non era sufficiente a placare la loro sete di risposte; occorreva un volto, un’identità precisa da additare al pubblico disprezzo.
Le dicerie crebbero d’intensità nei giorni a venire, alimentate da racconti di portoni segnati da sostanze ignote e di figure spettrali viste dileguarsi al sorgere del sole tra i vicoli deserti. Nessuno possedeva prove certe, eppure ognuno pareva avere una storia più terribile della precedente da narrare.
«Vi assicuro di averli visti coi miei occhi, mentre strisciavano furtivi lungo i marmi,» affermò un giovane con una convinzione che non ammetteva repliche.
E quando gli venne chiesto chi mai fossero costoro, egli tacque per un tempo che parve eterno, prima di rispondere che si trattava di quegli sciagurati che avevano recato la rovina su noi tutti.
Non venne mai pronunciato un nome chiaro, eppure percepii nell’aria una inquietudine inaudita, come se quella parola priva di corpo cercasse disperatamente un destinatario a cui aggrapparsi. Compresi allora, con una lucidità che mi gelò il cuore, che in quella prigione non si cercava la verità dei fatti, ma un simbolo che potesse restituire una qualche quiete alla città tormentata: una pace che s’ottiene solo quando il terrore assume finalmente sembianze umane. Quella notte, mentre il cadenzato gocciolio dell’acqua misurava il passare delle ore, ebbi la certezza che il male più contagioso fosse quello che s’insinua nei pensieri, mutando la percezione della realtà.
Fu in quel momento che il ricordo della mia bottega mi trafisse come una lama: rividi il bacile di rame che splendeva colpito dal sole del mattino, sentii sulle dita la consistenza vellutata del sapone e il calore dell’acqua fumante che preparavo con cura per i miei avventori. Allora, toccare la pelle d’un uomo non era un atto di sospetto, ma un gesto di servizio e di decoro; la mia mano non recava morte, ma sollievo. Quella luce bionda che entrava dalle imposte socchiuse mi parve, in quella cella fetida, un Paradiso perduto che mai avrei meritato di abitare ancora. Ricordai il mercante Pietro che, accomodandosi sulla seggiola, mi raccomandava di avere mano ferma per non apparire trasandato alla sua udienza e la mia risposta pronta nel rassicurarlo che in tanti anni di onesto lavoro mai lo avevo ferito.
Ogni mio gesto era allora dettato dalla misura e dal rispetto per l’altro; toccare un volto era un atto di responsabilità che richiedeva un’attenzione assoluta. Artigiani, soldati e garzoni frequentavano il mio uscio discorrendo di prezzi e di commerci, mentre la voce del contagio appariva allora come una favola remota giunta da terre distanti. Rammentai persino un giovane avventore che, tremando dinanzi al rasoio, ricevette da me il conforto di una parola semplice: che il timore fa spesso assai più danno della lama medesima. Non potevo immaginare che quel monito, pronunciato con tanta leggerezza, avrebbe un giorno assunto un significato così funesto per la mia stessa vita.
Il mio quotidiano scorreva secondo un ritmo antico, fatto di lavoro solerte dall’alba al vespro, lontano da ogni intrigo.
Fu solo col passare del tempo che lo sguardo della gente s’offuscò, mutando la mia natura di artigiano in quella di un sospetto.
Improvvisamente, il passo pesante del carceriere si fermò dinanzi alla mia cella e il mio nome, pronunciato con una secchezza che non ammetteva replica, risuonò tra le pietre.
«Siete stato chiamato in causa,» disse egli con un tono che non prometteva nulla di buono.
Quando domandai chi mai avesse fatto il mio nome, egli scrollò le spalle indicando Guglielmo Piazza, il commissario alla sanità che ben conoscevo di vista.
Egli s’asciugava continuamente il sudore dalla fronte con un fazzoletto lordo ed emanava un odore dolciastro di febbre e di paura che pareva precederlo. Mi guardò per un istante e in quegli occhi arrossati non vidi la malvagità di un demone, ma la disperazione di una creatura piccola e meschina, pronta a calpestare chiunque pur di sottrarsi al cappio che sentiva già stringersi attorno al proprio collo.
«Egli afferma,» soggiunse il secondino con un amaro sorriso, «che l’unguento malefico sia stato preparato proprio da voi».
Rimasi senza parole, colpito da un’accusa che pareva priva di ogni logica. L’unzione? Io non avevo mai preparato mistura alcuna, né mai avevo dato nulla che non appartenesse alla mia onesta professione. Eppure, mentre i passi dell’uomo s’allontanavano, compresi che la catena degli eventi s’era ormai messa in moto: dalla delazione d’una donna alla bocca d’un uomo, fino a giungere al mio nome. Non era la folla a chiedermi conto della mia condotta, ma un singolo individuo e tanto bastava per segnare il mio destino. In quell’istante, la verità non apparve più come l’obiettivo della giustizia, bensì come una semplice conferma a un sospetto già radicato: se Piazza aveva agito, occorreva un artefice che lo avesse istruito. E quell’artefice, per necessità di una città terrorizzata, non potevo che essere io.