IL BARBIERE DI MILANO - Memorie di un innocente
Capitolo III – L’udienza preliminare
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Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore.”
(Dante, Inferno, Canto III,1-2)
Varcai la soglia di quell’aula con il passo incerto di chi sente il terreno mancare sotto i piedi, avvertendo immediatamente come l’aria stessa fosse divenuta densa e quasi irrespirabile, satura com’era di un sentore acre di cera consumata, di sudore umano e di quella paura sorda che pareva promanare dalle molte bocche ivi radunate. Le pareti, rese lucide dal tempo e dall’umidità, riflettevano come specchi d’ombra le figure dei giudici assisi al banco.
I giudici non erano spettri, come li avevo immaginati nel buio della cella, ma uomini dai volti comuni, segnati dalle piccole miserie della carne.
Uno di loro, il senatore Casati, tormentava nervosamente con le dita una croce d’oro che gli pendeva sul petto, mentre un altro, un uomo pingue dal respiro sibilante, si puliva continuamente le lenti degli occhiali, quasi cercasse di detergere una macchia che non era sul vetro, ma sulla sua stessa capacità di vedere la verità.
Attorno a loro, i funzionari attendevano alle pergamene ingiallite e il fruscio delle penne che scivolavano rapide sulla carta produceva un rumore secco e costante, che a ogni tratto pareva colpirmi direttamente al petto, quasi fosse il battito di un orologio fatale.
Ogni minimo rumore, ogni fruscio di veste o sommesso bisbiglio, assumeva in quel luogo una risonanza terribile. Scorsi, dietro un basso separé, alcuni testimoni che parevano rannicchiarsi su se stessi, non osando alcuno di loro sollevare lo sguardo per incrociare il mio; parlavano tra loro con un soffio di voce, scambiandosi quei medesimi dettagli infamanti che già avevo udito echeggiare nei tetri corridoi del carcere. Udii una voce femminile domandare con tremito se fossi io l’uomo indicato, e la risposta d’un uomo che, pur senza guardarmi, confermava essere quella la voce pubblica.
Io, dal canto mio, tenevo il capo chino, conscio che in quel consesso non si andasse in cerca della verità, bensì di una conferma solenne a un disegno che altri aveva già tracciato sopra la mia pelle.
In quell’istante di profonda solitudine, un raggio di sole, filtrando tra le alte e polverose finestre dell’aula, andò a colpire un angolo del selciato, accendendo il colore della polvere in un turbine d’oro. Mi ricordai allora di quando, bambino, correvo nei campi fuori dalle mura, tra l’erba alta e il ronzio delle api, in un mondo dove la luce era promessa di vita e non, come ora, un riflettore spietato sulle mie miserie. Quella visione mi diede un brivido di nostalgia così forte da farmi quasi mancare il respiro.
Ero divenuto, mio malgrado, la pedina necessaria di un gioco crudele e il simbolo su cui la città intera intendeva purificare le proprie colpe. Uno dei giudici, il cui volto era solcato da rughe severe e i cui occhi parevano voler trapassare la mia stessa anima, mi fissò a lungo prima di domandarmi se avessi davvero consegnato al Piazza quelle sostanze destinate a essere sparse sui portoni della città. Sollevai lo sguardo con estrema lentezza, sforzandomi di infondere dignità alla mia misera figura, e risposi che le mie mani, per lungo e onesto mestiere, non avevano mai conosciuto altro che rasoi e unguenti da bottega, restando del tutto ignare di qualsivoglia arte malefica.
Non sentii il bisogno di ribellarmi con grida o proteste, poiché compresi che ogni mia parola, lungi dal difendermi, non avrebbe fatto altro che fornire nuovi argomenti a chi già custodiva nel segreto del cuore una sentenza inappellabile.
Mi chiesi allora se il silenzio di Dio, che in quel luogo pareva farsi più pesante dell’oppressione degli uomini, non fosse una prova della mia inadeguatezza, o se la giustizia umana fosse diventata un idolo pagano a cui sacrificare un innocente pur di placare l’ira della peste.
In quel silenzio carico di attesa, percepii tutta l’assurdità della mia condizione: poco importava che io fossi innocente dinanzi a Dio, poiché il racconto del Piazza, unito alla testimonianza d’una donna alla finestra e al terrore cieco di Milano, pesava assai più di qualunque fatto reale.
Mentre ascoltavo il procedere del rito, un lampo di memoria mi trafisse con la forza d’un rimpianto: rividi un cliente che, anni addietro, sedeva sereno nella mia bottega ridendo dei casi del mondo mentre gli accorciavo la capigliatura.
Allora la vita appariva come una costruzione solida e certa, la peste non era che un’eco remota e priva di volto e il domani non recava seco alcuna minaccia. La fragilità di quel tempo felice mi parve d’un tratto insopportabile: bastava un solo istante, un soffio di sventura, per mutare la quotidiana fiducia in un abisso di sospetto.
Le note dei funzionari continuavano intanto a graffiare la pergamena, mentre i testimoni tornavano a fissarsi le ginocchia dopo avermi concesso solo sguardi fugaci. Io respiravo con deliberata lentezza, cercando di celare il tumulto del cuore, poiché in quell’aula ogni respiro poteva essere interpretato come un indizio e ogni gesto letto come una tacita ammissione di colpa. Compresi infine che il vero giudizio non risiedeva nei documenti o nelle leggi, ma negli sguardi carichi d’odio e negli attimi sospesi tra ciò che veniva detto e ciò che rimaneva inespresso; e io me ne restavo lì, inerme eppure vigile, prigioniero di un tempo che non apparteneva più alla mia volontà.
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