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UNA VITA, UN GIARDINO

Al merlo

1 min di lettura

Ti ho spiato quest’inverno:

silenzioso e cauto

cercavi tra i sassi

i frammenti della tua primavera.

Sulla terra non sembravi lo stesso

di pochi mesi prima, quando di pino in pino

chiamavi, e parlavi,

-chissà quali storie raccontavi-

e forse anche un po’ di me ridevi.

Il tuo becco giallo ramingo tra l’erba sbiadita

pareva un errore della natura:

potevano forse sopravvivere al freddo

le tue penne create per abbracciare il sole?

Ma l’altra sera, anche quest’anno

ti ho sentito cantare:

in cima alla torretta, contro un cielo cobalto,

hai sciolto la tua dolcezza

alle prime stelle della notte.

Tra queste quattro piante,

i noti confini del nostro comune universo,

si è ripetuto il rito:

la tua voce, che è sempre uguale

ha risvegliato nel mio cuore impigrito

promesse di una vita mai vissuta.

Già allora eri con me?

Sei tu che riempivi di voci

i cortili assolati della mia infanzia?

Tu mi sembri davvero lo stesso;

di me invece non rimane più nulla,

se non una pelle abbondata

sull’erba umida della nuova stagione.

 

Io sono di un’altra specie

e voglio migrare.

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