Al merlo
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Ti ho spiato quest’inverno:
silenzioso e cauto
cercavi tra i sassi
i frammenti della tua primavera.
Sulla terra non sembravi lo stesso
di pochi mesi prima, quando di pino in pino
chiamavi, e parlavi,
-chissà quali storie raccontavi-
e forse anche un po’ di me ridevi.
Il tuo becco giallo ramingo tra l’erba sbiadita
pareva un errore della natura:
potevano forse sopravvivere al freddo
le tue penne create per abbracciare il sole?
Ma l’altra sera, anche quest’anno
ti ho sentito cantare:
in cima alla torretta, contro un cielo cobalto,
hai sciolto la tua dolcezza
alle prime stelle della notte.
Tra queste quattro piante,
i noti confini del nostro comune universo,
si è ripetuto il rito:
la tua voce, che è sempre uguale
ha risvegliato nel mio cuore impigrito
promesse di una vita mai vissuta.
Già allora eri con me?
Sei tu che riempivi di voci
i cortili assolati della mia infanzia?
Tu mi sembri davvero lo stesso;
di me invece non rimane più nulla,
se non una pelle abbondata
sull’erba umida della nuova stagione.
Io sono di un’altra specie
e voglio migrare.