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L’ultima corsa

Capitolo 4 – La forma del buio

1 min di lettura

Il teatro di Via San Donato odorava di legno vecchio, polvere scaldata dai proiettori e vernice fresca. Non era un posto grande: poco più di cento sedie di velluto consumato e un palco che scricchiolava a ogni passo.

L’impresario, un uomo magro di nome Alvaro con gli occhiali perennemente sul collo, gli mostrò la consolle delle luci al primo piano. Era un vecchio mixer analogico con le leve di metallo e i contatti rovinati dall’umidità.

«Qui non si tratta di fare luce, ragazzo» gli disse Alvaro, picchiettando con l’indice sulla tavola dei fader. «Fare luce sono capaci tutti. Qui si tratta di decidere cosa spazzare via e cosa lasciare nell’ombra.»

Luca imparò in tre giorni. Le sue mani, che per anni avevano studiato i circuiti e i rilievi sulle planimetrie, ritrovarono subito una gestualità antica. Salire sui tetti della sala a regolare i sagomatori, cambiare le gelatine colorate, calcolare l’angolo preciso in cui un cono di luce gialla doveva incontrare il centro del palco senza sbavare sui fondali.

Quando la lampada alogena da mille watt si accendeva nel buio della sala vuota, la polvere sospesa sembrava una nebbia densa, quasi solida. Per la prima volta dopo mesi Luca non pensò alla pensilina verde, né al rumore dei freni del pullman della linea 17.

Lavorava fino a tardi. La sera, rientrando nella stanza dell’albergo si lavava le mani macchiate di grafite e guardava il comodino. La busta con scritto Cara Luisa era ancora lì, aperta, con quell’unica riga in fondo. Accanto, il bottone di madreperla catturava il riflesso della lampada da notte rimandando una scia rosa e fredda sulla parete.

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