Capitolo 1 – L’ultima corsa
di Alberto
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La fermata era sempre la stessa: una pensilina di lamiera verde, una panchina con la vernice a scaglie, un cartello con il numero della linea scritto in nero. Sette anni prima Luca era sceso proprio lì, il giorno dell’iscrizione, con un misto di timore e curiosità. Quella sera ci tornava per l’ultima volta e il cartello gli sembrava più piccolo di allora.
Luisa era già arrivata, a piedi da casa sua, a pochi minuti di distanza. Stava sotto la pensilina con le mani nelle tasche del cappotto grigio e i capelli scuri scompigliati dal vento. Non si voltò finché lui non le fu accanto.
«Sei in anticipo» disse.
«Anche tu.»
Era marzo, ma l’aria aveva ancora il taglio dell’inverno. Dall’altra parte della strada un bar chiuso accendeva e spegneva l’insegna, a intervalli regolari, come qualcuno che cerchi le parole senza trovarle.
Il diploma era in un cassetto da due anni, e in due anni Luca aveva capito che là non c’era altro da aspettare. Non avevano litigato. Luisa aveva smesso di chiedere, e lui di spiegare, e quel silenzio aveva preso il posto di tutto il resto.
«Domani alle sette e diciassette» disse lui, e si accorse di aver dato anche l’orario, come se servisse.
«Lo so.» Luisa guardò la strada. «Lo sapevo prima che me lo dicessi. Hai sempre avuto lo sguardo di uno che sta già altrove. Lo avevi anche il primo giorno, quando ci siamo incrociati davanti a scuola.»
«Non è per te.»
«Lo so. Sarebbe più facile se lo fosse.»
Non gli chiese di restare. Fu questo a ferirlo più di ogni altra cosa: aveva preparato per giorni le risposte a una richiesta che non arrivò.
Il pullman comparve in fondo alla strada, con i fari bianchi che tagliavano la nebbia bassa. Sulla fronte, il numero: 17. Luca lo guardò avvicinarsi come si guarda un vecchio conoscente. Da quando aveva quattordici anni quel numero lo seguiva ovunque, a volte come un amico, a volte come un testimone. Quella sera non seppe decidere quale dei due.
«L’ultima corsa» disse Luisa. «È la tua.»
Le porte si aprirono con un sospiro. Luca salì il primo gradino, poi si voltò. Lei gli prese la mano, gli chiuse le dita attorno a qualcosa di piccolo e di freddo e la lasciò andare, senza una parola. Lui non guardò.
«Se mi scrivi» disse Luisa, «scrivimi quando hai qualcosa da dire. Non quando senti il vuoto.»
Poi le porte si chiusero. Dal finestrino la vide restare sotto la pensilina con una mano stretta sul davanti del cappotto, dove mancava qualcosa. Non salutò. Il pullman prese la curva dopo la farmacia, e la pensilina sparì.
Solo allora aprì il pugno. Un bottone di madreperla, rosa e grigio perla a seconda della luce, già tiepido del suo palmo.
Il giorno dopo il treno partiva alle 7:17. L’aveva notato il giorno in cui aveva comprato il biglietto. Aveva fatto finta di niente.